15/01/2009

Brevi note su Lancelot, Le Chevalier À La Charette Lancelot, Le Chevalier À La Charette di Chrétien de Troyes

Chrétien de Troyes ha composto questo ‘roman’ per ordine di Maria di Champagne, figlia di Eleonora di Aquitania, probabilmente intorno al 1165. Come egli stesso dichiara, è stata la contessa a fornirgli la matière e il sens, la materia e il significato, ma anche, noi intendiamo, la materia e il sangue (all’epoca sens e sang avevano stessa pronuncia), quindi la materia e il vaso in cui cuocerla (vedi infra). Il contenuto consiste nell’avventura di Lancillotto che deve liberare la regina prigioniera, Ginevra; ecco come viene descritta altrove da Galvano:
«è cortese, bella e saggia senza pari. Insegna e istruisce tutti coloro che vivono. Da lei discende tutto il bene del mondo. Essa ne è fonte e origine.. Nessuno si comporta con rettitudine e conquista onore se non avendoli appresi da lei»
(Qui e in seguito i corsivi sono di Paolo Lucarelli)
Si riscoprono parole chiave che ci ricordano tra l’altro Alano di Lilla:
Pax amor virtus regimen potestas
ordo lex finis via dux origo
vita lux splendor species figura
(Regula Mundi)
Ginevra dunque è Dama Natura, lo Spirito o, meglio, l’Anima Universale, l’Anima del Mondo, qui corporificata nella Fontana degli Innamorati della Dottrina e nella nostra Regina imprigionata in una veste orrenda e tenebrosa. Deve esserne liberata. È la materia prima, nera, oscura, vile, disprezzata dal volgo, preziosissima per il Filosofo. Per liberarla occorre Lancelot. Il nome di questo eroe non è di origine celtica o normanna, ma è nome francese, derivato dalla parola ancel di radice latina (ancilla). Indica un servitore. Ancelot ne è diminutivo. In questa forma senza articolo è talvolta indicato, come nel romanzo di Ogier:
«N’est mie de la fable Ancelot ne Tristan».
Per cui ‘l’Ancelot’ e poi ‘Lancelot’. È il leale servitore il cui compito è liberare la Regina dell’Opera dalle tenebre, dal ‘nero’, per poi diventarne l’amante. Per quanto riguarda il primo punto vediamo ad esempio il Pernety: "servitore, domestico, è il nome che i Filosofi hanno spesso dato al loro Mercurio. Trevisano lo chiama il nostro servo rosso, il Filalete e molti altri lo chiamano nostro servo fuggitivo a causa della sua volatilità" (Fables égyptiennes et grecques dévoilées..Fables égyptiennes et grecques dévoilées..). Per il romanzo di Chrétien nel suo insieme, e l’inevitabile amplesso tra Lancillotto e Ginevra, è ottimo questo passo di Nicolas Valois (Les cinq livres ou la Clef du secret des secrets. Livre premier, Théorique) che ha il vantaggio di testimoniare un’antica tradizione simbolica che risale almeno ai greco-alessandrini:
«È questa Acqua prigioniera (la nostra Regina) che grida senza posa: Aiutami e ti aiuterò. Cioè liberami dalla mia prigione, e una volta che me ne avrai fatto uscire, ti renderò Padrone della fortezza in cui sono racchiusa.
L’Acqua dunque che è racchiusa in questo Corpo è la stessa natura di Acqua di quella che gli diamo da bere (Lancillotto), che è chiamata Mercurio Trismegisto, di cui intende parlare Parmenide quando dice: “Natura si allieta in Natura, Natura supera Natura e Natura contiene Natura”.
Perché quest’Acqua imprigionata si allieta col suo compagno che la viene a liberare dai suoi ferri, si mescola con lui (l’amplesso, l’adulterio) e infine convertendo in se stessi la detta prigione, e rigettando ciò che è loro contrario, che è la preparazione, sono convertiti in acqua mercuriale e permanente».
Torniamo al nostro romanzo, che incomincia il giorno dell’Ascensione, cosicché sappiamo sin dall’inizio di cosa si tratta, quale è lo scopo: è quello che in termini tecnici si chiamerebbe una sublimazione o, con un chiaro simbolismo, il passaggio dal nero al bianco.
La regina è prigioniera di un malvagio: Méléagant, figlio del re di Gorre. Noi leggiamo ‘mescolato alla ganga’ il nome del custode della prigione, e vediamo in Gorre una probabile deformazione di Gore, gora, oppure un derivato di gorge; comunque un’indicazione di cavo e profondo. È la vecchia quercia cava della più antica tradizione. D’altronde Gorre è un regno da cui nessuno straniero può evadere. Chi vi giunge resta prigioniero per sempre. Si noti che la liberazione della Regina comporta la libertà per coloro che vi sono trattenuti. È un possibile riscatto globale, universale. Nel microcosmo alchemico vuole dire che tutta la materia è purificata. Ora, per entrare nel regno vi sono soltanto due modi, comunque entrambi difficili:
«Vous y trouverez obstacles et trépas car c’est affaire très périlleuse d’entrer en ce pays....L’accés n’en est permis que par deux cruels passages. L’un a nom pont dessous l’eau, parce qu’il est vraiment sous l’eau entre le fond et la surface, il n’a qu’un pied et demi de large et autant d’épaisseur. L’autre pont est le plus mauvais et le plus périlleux que jamais l’homme n’ait passé. Il est tranchant comme une épée et c’est pourquoi tous les gens l’appellent le pont de l’épée».
(Vi troverete ostacoli e morte, perché è cosa ben pericolosa entrare in questo paese...L’accesso vi è possibile solo per due crudeli passi. Uno ha nome ponte sotto l’acqua, perché davvero è sotto l’acqua tra il fondo e la superficie, non ha che un piede e mezzo di larghezza e altrettanto di spessore. L’altro ponte è il più cattivo e pericoloso che mai uomo abbia traversato. È tagliente come una spada, perciò tutti lo chiamano ponte della spada)
Dunque due vie, una ‘umida’ e una ‘secca’. Nella seconda, la via della ‘spada’, l’acciaio magico (il chalybs del Cosmopolita e di Filalete) sostiene un ruolo fondamentale e insostituibile. Ricordo un passo di un autore poco noto:
«prendi dell’acciaio ben affilato e aprile (alla materia) le viscere e troverai questa seconda materia dei Filosofi.. ma senza acciaio ben raffinato e lavorato dalla mano di un buon Maestro, non pensare di venirne a capo».
(Dom Belin, Les aventures d’un Philosophe inconnu..)
Da qui il simbolismo della spada magica, usato in tanti racconti, a indicare la via iniziatica prescelta. Pensiamo a Excalibur, la più famosa, dal nome così facilmente interpretabile. Lancelot et Gauvain devono scegliere. Il primo va per la via secca, il secondo per l’altra. Vedremo che Gauvain fallisce, possibile suggerimento sull’inutilità di questa via. Notiamo che Lancelot a questo punto è ancora in ‘incognito’. Di più, è disprezzato per aver accettato di montare su una carretta di ludibrio, e quindi per essersi volontariamente avvilito senza motivo apparente. Per comprendere è illuminante il gioco cabalistico, peraltro molto trasparente: charette va inteso come diminutivo di charrée, la cenere che si usa per la liscivia e come fertilizzante per i campi:
«O quam praeciousus est cinis ille filiis doctrinae, & quam praeciosum est quod ex eo fit». (Quanto è preziosa quella cenere per i figli della dottrina, e quanto prezioso ciò che da lei si fa) (in Turba)
dicono i Maestri, raccomandandoci di non disprezzarla. È la piccola ‘Cenerentola’ che tra l’altro fornisce la scarpetta di vetro, di verre, vert, il Verde inestimabile, che sarà stimolo per un’altra avventura, dedicata questa volta a Galvano (Sir Gawain e il Cavaliere Verde). È il colore del vaso prezioso, del Santo Graal, (il sangreal, il sangue regale). La materia va cotta col suo sangue e, come insegna la Turba, tutto ciò che ha sangue ha anche spirito. Proseguiamo. Lancelot dunque parte per la via che ha scelto, quella che gli era predestinata da sempre, e va pensoso
«come un uomo che non ha né forze né difese verso Amore che lo governa. Dimentico di se stesso, non sa se è o se non è. Non ricorda il proprio nome. Non sa se è o non è armato. Non sa né dove va né da dove viene. Non ricorda nulla, se non una cosa, una cosa soltanto, e per quella ha dimenticato tutte le altre. Pensa soltanto a quella, tanto che non vede e non sente nulla».
Descrizione dell’iniziato immerso nella Via, ma anche di ogni uomo immerso nel mondo e nel cammino della vita, ignaro del suo vero nome, delle sue origini e del suo traguardo. La differenza consiste, per l’iniziato, non tanto nelle conoscenze che possiede, perché gli sono state trasmesse in uno dei due modi legittimi, ma piuttosto nell’avere egli una direzione, non vogliamo qui dire uno scopo che elimina la necessaria gratuità della ricerca. Egli ha una guida, un punto di riferimento (la Stella Polare!) e perciò, mirando solo a quello, si scopre sempre più ‘in sonno’ verso la vita profana, mentre si ‘risveglia’ all’interno, e non la vede e non la sente più.
Ovviamente, in una prospettiva più ‘tecnica’, questa è anche la descrizione dello Spirito corporificato del nostro fuoco, che a questo punto non è ancora passato dallo stato potenziale a quello attuale, è ancora ‘insonnolito’, e che purtuttavia è lo stesso amor che guiderà tutta l’opera. Amor che, con un anagramma ben noto, diventa Roma, la ‘forza forte di ogni forza’ della Tavola di Smeraldo, quella che può vincere ogni cosa sottile e penetrare qualsiasi cosa spessa. Le due letture sono tanto più coerenti, se si tiene conto che entrambi, fuoco e iniziato, hanno diritto al titolo nobilissimo di artigiano, e sono stati conglobati nel simbolo unitario di Elia Artista.
Lancelot prosegue per la sua strada, e passa per un cimitero, dove trova un sarcofago coperto da una pietra così pesante che, come lo avverte il guardiano -un monaco, «pour la lever, il faudrait sept hommes plus fort que vous et moi ne sommes» («per sollevarla occorrerebbero sette uomini, più forti di quel che tu ed io non siamo»). Porta una scritta:
«Colui che solleverà da solo questa pietra, libererà quelli e quelle che sono prigionieri in questa terra da cui non possono uscire né servi né gentiluomini nati altrove».
È una epitome dello stesso romanzo. Sollevare la pietra tombale è lo stesso che liberare la Regina e superare la fase della ‘putrefactio’, laddove sette sono le reiterazioni necessarie. Lancelot solleva la pietra senza alcuna difficoltà. Giunge poi da un gentiluomo che fornisce le ultime indicazioni sulla via da seguire. Si scopre qui che vi sono due modi di giungere al Pont de l’Epée, al ponte della Spada. Una strada più sicura e tranquilla, ma lunga, e una rude e pericolosa, ma breve. Questa passa per il passage des pierres, il passaggio delle pietre. Lancillotto decide di andare per la via breve. Noi peraltro abbiamo appreso che ci sono due vie secche, o che, perlomeno, dopo un inizio comune, questa via si bipartisce in lunga e breve. La discriminazione si verifica al momento della soluzione, che può essere dolce o violenta. Fulcanelli lo spiega molto chiaramente. Siamo infine al Pont de l’Epée:
«A l’entrée de ce pont terrible.. ils voient l’onde filoueuse, rapide et bruyante, noire et epaisse, aussi laide et épouvantable que si ce fût fleuve du diable. Et si périlleuse et profonde qu’il n’est nulle créature au monde si elle y tombait qui ne soit perdue, comme en la mer salée. Le pont qui la traverse n’est pareil à nul autre qui fut ni qui jamais sera. D’une epée fourbie et blanche était fait le pont sur l’eau froide. L’épée était fort et roide, et avait deux lances de long. Sur chaque rive était un troue où l’épée était clofichée.. Deux lions ou deux léopards à chaque tête de ce pont, enchaînés à une grosse pierre».
(All’ingresso di questo terribile ponte.. vedono l’onda che scorre, rapida e fragorosa, nera e spessa, orrenda e spaventosa come fosse fiume del diavolo. Così pericolosa e profonda che non vi cadrebbe creatura al mondo senza perire, come nel mare salato. Il ponte che la traversa non è simile ad altro che sia stato o che mai sarà. Di una spada affilata e bianca era fatto il ponte sull’acqua fredda. La spada era forte e rigida, e lunga due lance. Su ogni riva stava un foro ove la spada era infissa. Due leoni e due leopardi a entrambi i capi del ponte, incatenati a una grossa pietra)
Descrizione della materia prima, nera, spessa, salata, rappresentata, come ricorda Fulcanelli, dall’immagine di Satana. L’acciaio è bianco, mentre i due leoni saranno evidentemente, uno verde e l’altro rosso, quelli del consueto simbolismo, un’unica materia nelle sue evoluzioni. (Vedi Basilio Valentino nella prima Chiave). Come viene detto nel seguito, passare quel ponte equivale a
«trattenere i venti, impedire agli uccelli di cantare, far rientrare un uomo nel ventre di sua madre, e farlo rinascere, vuotare il mare».
Cioè fissare il volatile, corporificare gli spiriti, reincrudare i corpi morti, cioè farli resuscitare rimettendoli nella sostanza originaria da cui tutti hanno preso vita, ed estrarre il corpo rivitalizzato dal mare, cioè dalla madre. Lancillotto supera il ponte e giunge alla prigione della Regina dove deve combattere contro il suo carceriere. È un combattimento violento, come descrivono tutti i Maestri, ma alla fine vince facilmente perché grazie a Ginevra il suo vigore diventa insuperabile:
«essa ha acceso nel suo corpo la fiamma.. e questa fiamma lo rende ardentissimo».
Il servitore disprezzato è finalmente diventato il fuoco segreto che nulla può vincere, completamente trasformato da potenziale ad attuale, reso ‘ardentissimo’. Contemporaneamente la Regina è libera, e la Madonna nera è diventata la nostra Vergine bianca e pura. L’operazione capitale è conclusa

 

Articolo di Paolo Lucarelli da:

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24/11/2008

Vera Croce

Vera Croce è il nome dato alla croce sulla quale, secondo i Vangeli, Gesù fu crocifisso.

Secondo la tradizione cristiana, la Vera Croce venne ritrovata a Gerusalemme nel IV secolo e ivi conservata fino al 1187, quando andò perduta. In diversi luoghi tuttavia si conservano dei frammenti che proverrebbero da essa.

 

Storia 

La ricerca della Vera Croce 

Eusebio di Cesarea descrive nella sua Vita di Costantino come il luogo del Santo Sepolcro, in origine luogo di culto per la comunità cristiana di Gerusalemme, fosse stato interrato e come vi fosse stato costruito sopra un tempio di Venere — sebbene Eusebio non dica molto altro, questo atto faceva probabilmente parte del progetto di ricostruzione di Gerusalemme col nome di Aelia Capitolina del 135 (ordinato da Adriano in seguito alla distruzione della città a causa delle rivolte del 70 e della ribellione del 132–135 di Bar Kochba). In seguito alla sua conversione al Cristianesimo, l'imperatore Costantino I ordinò, nel 325–326 circa, che il sito fosse riportato alla luce e incaricò san Macario, vescovo di Gerusalemme, di far costruire una chiesa sul luogo. Tuttavia, nella sua opera, Eusebio non fa menzione del ritrovamento della Vera Croce.Socrate Scolastico (nato nel 380 circa), nella sua Storia Ecclesiastica, fornisce un resoconto del ritrovamento. In esso si narra come Elena, l'anziana madre di Costantino, avesse fatto distruggere il tempio pagano e avesse riportato alla luce il Sepolcro, dove furono ritrovate tre croci e il titulus della crocifissione di Cristo. Nella versione di Socrate, Macario fece porre le tre croci, una per volta, sopra il corpo di una donna gravemente malata. La donna, miracolosamente, guarì perfettamente al tocco della terza croce, che venne identificata con l'autentica croce di Cristo. Socrate sostiene che fossero stati ritrovati anche i chiodi della crocefissione, e che Elena li avesse mandati a Costantinopoli, dove furono incorporati nell'elmo dell'Imperatore e uno fu trasformato nel morso del proprio cavallo (questo morso sarebbe quello conservato nel Duomo di Milano a decine di metri d'altezza dal suolo.) Un altro chiodo dovrebbe circondare l'interno della Corona Ferrea oggi conservata nel Duomo di Monza.

Sozomeno (morto nel 450 circa), nella sua Storia Ecclesiastica [1], fornisce in pratica la stessa versione di Socrate. In più egli aggiunge che era stato detto (non specifica da chi) che il luogo del sepolcro era stato "rivelato da un ebreo che abitava ad est, e che aveva tratto questa informazione da certi documenti ereditati da suo padre" (lo stesso autore mette però in dubbio l'autenticità di questo aneddoto) e che un morto era stato resuscitato dal tocco della Croce. Versioni più tarde della vicenda, di tradizione popolare, sostengono che l'ebreo che aveva aiutato Elena si chiamasse Giuda, e che in seguito si fosse convertito al Cristianesimo e avesse preso il nome di Ciriaco.

Teodoreto di Cirro (morto intorno al 457) riferisce quella che era divenuta la versione comune del ritrovamento della Vera Croce:

  « Quando l'imperatrice scorse il luogo in cui il Salvatore aveva sofferto, immediatamente ordinò che il tempio idolatra che lì era stato eretto fosse distrutto, e che fosse rimossa proprio quella terra sulla quale esso si ergeva. Quando la tomba, che era stata così a lungo celata, fu scoperta, furono viste tre croci accanto al sepolcro del Signore. Tutti ritennero certo che una di queste croci fosse quella di nostro Signore Gesù Cristo, e che le altre due fossero dei ladroni che erano stati crocifissi con Lui. Eppure non erano in grado di stabilire a quale delle tre il Corpo del Signore era stato portato vicino, e quale aveva ricevuto il fiotto del Suo prezioso Sangue. Ma il saggio e santo Macario, governatore della città, risolse questa questione nella seguente maniera. Fece sì che una signora di rango, che da lungo tempo soffriva per una malattia, fosse toccata da ognuna delle croci, con una sincera preghiera, e così riconobbe la virtù che risiedeva in quella del Signore. Poiché nel momento in cui questa croce fu portata accanto alla signora, essa scacciò la terribile malattia e la guarì completamente »
 
(Teodoreto di Cirro, Storia ecclesiastica, Capitolo XVII)

Con la Croce furono anche rinvenuti i Santi Chiodi, che Elena portò via con sé a Costantinopoli. Secondo Teodoreto, «[Elena] fece trasportare parte della croce di nostro Signore a palazzo. Il resto fu chiuso in un rivestimento d'argento e affidato al vescovo della città, che fu da lei esortato a conservarlo con cura, affinché potesse essere tramandato intatto ai posteri».

Un'altra versione popolare di tradizione siriaca sostituisce Elena con una mitica imperatrice del I secolo di nome Protonike.

Gli storici considerano questi racconti più o meno apocrifi. È certo, comunque, che la chiesa del Santo Sepolcro era stata completata entro il 335 e che presunte reliquie della croce erano lì venerate già entro il 340, così come riportato nelle Catecheses di Cirillo di Gerusalemme.

Molti storici dubitano che la croce ritrovata da Elena potesse veramente essere la croce di Cristo. I sospetti maggiori derivano dal fatto che la croce sia stata trovata alcuni secoli dopo la morte di Cristo, e proprio nell'istante in cui Elena era disposta a versare enormi somme per qualunque reliquia importante. È del tutto probabile che la "vera croce" (unica o meno) sia stata costruita nel IV secolo. Molti studi moderni (compresi alcuni di parte cattolica) non credono che Cristo sia stato crocifisso su una croce di forma e dimensioni tramandate dalla tradizione, proprio per il metodo con cui si svolgeva la crocefissione.

La conservazione delle reliquie 


Costantino I, Elena e la Vera Croce (icona albanese della seconda metà del XVI secolo).

Il reliquiario d'argento, custodito nella chiesa dal Vescovo di Gerusalemme, era mostrato periodicamente ai fedeli. Negli anni intorno al 380 una pellegrina cristiana di nome Egeria, recatasi a Gerusalemme in pellegrinaggio, descrisse la venerazione della Vera Croce in una lunga lettera, l'Itinerarium Egeriae che mandò alla sua comunità religiosa:

  « Quindi una sedia viene posta per il vescovo sul Golgota dietro la Croce, che adesso è in piedi; il vescovo prende posto sulla sedia, e davanti a lui viene posta una tavola coperta di un panno di lino; i diaconi stanno in piedi attorno alla tavola, e vengono portati uno scrigno argentato in cui si trova il sacro legno della Croce e la condanna, e posati sul tavolo. Lo scrigno viene aperto e [il legno] viene preso, e sia il legno che la condanna vengono posati sul tavolo. Ora, quando viene messo sul tavolo, il vescovo, sedendosi, mantiene con fermezza le estremità del sacro legno, mentre i diaconi fermi tutto attorno lo sorvegliano. Esso viene così sorvegliato perché è tradizione che le persone, sia i fedeli che i catecumeni, vengano una alla volta, inginocchiandosi davanti al tavolo, per poi baciare il sacro legno e allontanarsi. E a causa di ciò, non so quando successe, si dice che qualcuno abbia morso e quindi rubato una scheggia del sacro legno, ed è quindi sorvegliato dai diaconi che stanno tutt'attorno, nel caso che uno di quelli che vengono dovesse tentare di farlo di nuovo. E quando le persone passano una ad una, tutte inchinandosi, toccano la Croce e la condanna, prima con la fronte e poi con gli occhi; poi baciano la Croce e passano, ma nessuno stende la mano per toccarla. Quando hanno baciato la Croce e si sono allontanati, un diacono regge l'anello di Salomone e il corno con cui venivano Consacrati i Re; baciano il corno e guardano l'anello; »
   

A lungo in precedenza, ma forse non fino alla visita di Egeria, era possibile anche venerare la corona di spine. Dopo varie peripezie dovrebbe essere finita a Costantinopoli, dove fu molto venerata ma alla fine fu data in pegno al re di Francia in cambio di una grande somma di denaro. Restò in Francia, e per la sua conservazione è stata costruita la Sainte Chapelle, gioiello del gotico. A Gerusalemme si poteva venerare anche il palo a cui Cristo fu legato per la flagellazione, e la Sacra Lancia, che gli trafisse il fianco. Inutile ricordare che di molte reliquie della Passione vi erano duplicati in mezzo mondo.

Il poema in vecchio Inglese Dream of the Rood menziona il ritrovamento della Croce e l'inizio della venerazione delle sue reliquie.

Una leggenda medioevale (la Leggenda della Vera Croce) narra che essa fu costruita utilizzando l'Albero di Jesse (padre di Re David), che è identificato con l'Albero della Vita che cresceva nel Giardino dell'Eden.

Vicende successive 

Nel 614 il sasanide Cosroe II portò via la Croce come trofeo, quando prese Gerusalemme. Tredici anni dopo, nel 628, l'Imperatore d'Oriente Eraclio sconfisse Cosroe e recuperò la Croce, che portò prima a Costantinopoli e poi di nuovo a Gerusalemme.

Attorno al 1009, i Cristiani di Gerusalemme nascosero la Croce, che rimase nascosta fino al suo ritrovamento, avvenuto durante la Prima Crociata, il 5 agosto 1099 per mano di Arnulf Malecorne, primo patriarca latino di Gerusalemme, in un momento in cui il morale aveva bisogno di essere tenuto alto. La Reliquia scoperta da Arnulf era un piccolo frammento di legno incastonato in una croce in oro. Divenne la più sacra reliquia del regno di Gerusalemme, e non fu soggetta a nessuna delle controversie che avevano seguito in precedenza la scoperta della Lancia ad Antiochia. Fu conservata nella Chiesa del Santo Sepolcro sotto la protezione del patriarca latino, che la portava in marcia alla testa dell'esercito prima di ogni battaglia.

Fu portata anche sul campo della Battaglia di Hattin nel 1187, ma l'esercito cristiano fu messo in rotta dal Saladino e della Vera Croce si persero le tracce. Probabilmente fu presa dai musulmani, ma questi non si curarono di conservarla oppure la distrussero.

Frammenti della Vera Croce 

Prima della scomparsa della Croce, diversi frammenti ne vennero staccati e largamente distribuiti.

Oggi il Monastero di Santo Toribio de Liébana, in Spagna, ospita il più grande di questi pezzi, ed è una delle mete di pellegrinaggio più visitate dalla Chiesa Romana Cattolica.

Nel 348, in una delle sue Catecheses Cirillo di Gerusalemme sostiene che "tutta la Terra è piena delle reliquie della Croce di Cristo" [2], e in un'altra "il santo legno della Croce ci porta una testimonianza, visibile tra noi in questo giorno, e che da questo luogo adesso si è diffusa nel mondo intero, per mezzo di coloro che, nella loro fede, ne asportano dei pezzi" [3]. Il resoconto di Egeria dimostra quanto queste reliquie della crocifissione fossero ritenute preziose. San Giovanni Crisostomo riferisce che i frammenti della Vera Croce erano conservati in reliquiari d'oro, "che gli uomini con reverenza portavano sulla loro persona".

Attorno all'anno 455, Giovenale di Gerusalemme, Patriarca di Gerusalemme inviò a Papa Leone I un frammento del "prezioso legno", secondo le Lettere di Papa Leone. Una parte della Croce fu portata a Roma nel VII secolo da Papa Sergio I, che era di origine Bizantina.

Si dice che un'iscrizione del 359, trovata a Tixter, nei dintorni di Sétif, in Mauritania, riportasse, in un elenco di reliquie, un frammento della Vera Croce, secondo una voce delle Roman Miscellanies, X, 441.

Ma la maggior parte delle reliquie più piccole arrivò in Europa da Costantinopoli. La città fu presa e saccheggiata durante la Quarta Crociata, nel 1204:

  « Dopo la conquista della città d Costantinopoli fu trovata una ricchezza inestimabile, gioielli incredibilmente preziosi e anche una parte della Croce del Signore, che Elena spostò da Gerusalemme e che fu decorata con oro e pietre preziose. In quel luogo era tenuta in somma ammirazione. Venne scolpita dai presenti vescovi e divisa fra i cavalieri assieme alle altre reliquie preziose; in seguito, al ritorno in patria, fu donata a chiese e monasteri. »
 
(Chronica regia Coloniensis - sub annorum 1238 - 1240. pagina 203)

Alla fine del Medioevo così tante chiese sostenevano di possedere un pezzo della Vera Croce, che Giovanni Calvino affermò ironicamente che tutte queste supposte reliquie avrebbero potuto riempire una nave:

  « Non c'è un'abbazia così povera da non averne un esemplare [di reliquia della Croce]. In alcuni luoghi se ne trovano grossi frammenti, come nella Santa Cappella, a Parigi, a Polictiers, e a Roma, dove si dice che ne sia stato ricavato un crocifisso di discrete dimensioni. In breve, se tutti i pezzi ritrovati fossero raccolti, formerebbero un grande carico di nave. Tuttavia i Vangeli mostrano che poteva essere trasportata da un solo uomo. »
 
(Giovanni Calvino, Traité Des Reliques.)

È probabile che molti dei pezzi esistenti della Vera Croce siano delle contraffazioni, create dai mercanti viaggiatori durante il Medioevo, periodo in cui esisteva un grande commercio di reliquie e manufatti.

Tuttavia nel 1870 Rohault de Fleury, nel suo libro Mémoire sur les instruments de la Passion (Memorie sugli strumenti della Passione), stese un catalogo di tutte le reliquie conosciute della Vera Croce, dimostrando che, al contrario di quanto affermato da altri autori, i frammenti della Croce, raccolti insieme, ammontano al volume di soli 0,004 metri cubici. Rohault calcolò: supponendo che la Croce fosse stata di legno di pino (in base alle sue analisi al microscopio dei campioni) e assegnandole un peso di circa settantacinque chilogrammi, possiamo calcolare il volume originale della croce essere 0,178 metri cubici. Resta quindi un volume di 0,174 metri cubici di legno ancora dispersi, distrutti o non conteggiati. In effetti non abbiamo informazioni credibili sulla struttura della croce, che di solito non era in un pezzo unico, ma costituita da un palo (fisso) e da un'asse (mobile) a volte costituita dal chiavistello di una porta; quindi il volume stimato da Rohault potrebbe essere errato. Questa incertezza deriva dal fatto che abbiamo un'idea insufficiente sulle dimensioni e volume degli strumenti per la crocefissione in epoca romana. In ogni caso 0,004 metri cubici, pari a un cubo di circa 16 cm di lato, oppure a un palo lungo un metro e del diametro di soli 7 cm circa, sono certamente molto meno del volume che la croce poteva avere.

La quantità di legno della croce presente nell'antichità impressionava comunque anche i credenti, e coloro che credevano all'autenticità della reliquia, e se ne davano diverse spiegazioni. Ad esempio Paolino invoca il miracolo della "reintegrazione delle croce": ovvero, per quanti pezzi e schegge se ne possano togliere, la Vera Croce resta sempre integra. [The Catholic Encyclopaedia, Vol. 4, p. 524]

Quattro schegge della Croce - di dieci frammenti con prove documentate degli Imperatori Bizantini - provenienti da chiese Europee: Santa Croce in Gerusalemme a Roma, Notre Dame de Paris, il Duomo di Pisa e Santa Maria del Fiore - sono stati analizzati al microscopio. "I pezzi vengono tutti da legno di olivo" (William Ziehr, La Croce, Stoccarda 1997, p.63)

Venerazione della Croce 

San Giovanni Crisostomo ha scritto delle omelie sulla Croce:

  « I Re togliendosi il diadema prendono le croci, il simbolo della morte del loro salvatore; sulla porpora, la croce; nelle loro preghiere, la croce; sul sacro altare, la croce; in tutto l'universo, la croce. La croce risplende più chiara del sole. »
   

La Chiesa cattolica, molti gruppi protestanti (spesso quelli di origine anglicana), e gli ortodossi celebrano la festa dell'Esaltazione della Santa Croce, il 14 settembre, anniversario della consacrazione della chiesa del Santo Sepolcro. Nei secoli successivi queste festività inclusero anche la commemorazione del recupero della Vera Croce dalle mani dei Persiani, nel 628. Nell'usanza gallese, a partire dal VII secolo, la festa della Croce si teneva il 3 maggio. Secondo l'Enciclopedia Cattolica, quando le pratiche gallesi e romane si combinarono, la data di settembre assunse il nome ufficiale di Trionfo della Croce nel 1963, ed era usato per commemorare la conquista della Croce dai Persiani, e la data in maggio fu mantenuta come ritrovamento della Santa Croce. In Occidente ci si riferisce spesso al 14 settembre come al Giorno della Santa Croce; la festività in maggio è stata rimossa dal calendario della forma ordinaria del rito romano a seguito dalla riforma liturgica nel 1970. Gli Ortodossi commemorano ancora entrambi gli eventi il 14 settembre, una delle dodici grandi festività dell'anno liturgico della Chiesa ortodossa, e il primo agosto festeggiano la Processione del venerabile Legno della Croce, il giorno in cui le reliquie della Vera Croce furono trasportate per le strade di Costantinopoli per benedire la città.

In aggiunta alle celebrazioni nei giorni fissi, ci sono alcuni giorni delle festività mobili in cui viene festeggiata la Croce. La Chiesa cattolica compie la formale adorazione della Croce durante gli uffici del Venerdì Santo, mentre gli Ortodossi celebrano un'ulteriore venerazione della Croce la terza Domenica della Grande quaresima. In tutte le chiese greco-ortodosse, durante il Giovedì Santo, una copia della Croce viene protata in processione affinché la gente la possa venerare.

Morti misteriose dei nemici dell'ordine

La rapida successione dell'ultimo diretto re della dinastia dei Capetingi di Francia tra il 1314 e il 1328 ha portato molti a credere che la dinastia fosse maledetta, da cui il nome di "re maledetti" (rois maudits). Al trono di Francia infatti si susseguirono rapidamente i figli di Filippo: il regno di Luigi X durò solamente due anni, poiché morì ancora adolescente, lasciando la moglie incinta di colui che sarebbe diventato il re successivo, Giovanni I, ma il bambino visse solamente cinque giorni prima di morire, probabilmente avvelenato. Il trono passò allora ad un altro dei figli di Filippo IV, Filippo V, che fu incoronato all'età di 23 anni, ma morì solamente sei anni dopo. Dato che non aveva figli, il trono passò al fratello, Carlo IV, ma morì anche lui dopo sei anni senza alcun erede maschio, estinguendo così la dinastia capetingia.

La leggenda vuole che Jacques de Molay, ultimo gran maestro dell'Ordine, mentre giaceva sulla pira, avesse maledetto il re Filippo e addirittura papa Clemente V, affermando che presto sarebbero comparsi davanti al giudizio di Dio. Papa Clemente in effetti morì un mese dopo di dissenteria e Filippo il Bello fu stroncato nel dicembre successivo dalle conseguenze di una caduta da cavallo, un incidente di caccia.

I commentatori dell'epoca, compiaciuti da un simile sviluppo della vicenda, riportavano spesso questa storia nelle loro cronache. Poiché, inoltre, sempre al momento della morte sul rogo, Jacques de Molay avrebbe dannato la casa di Francia "fino alla tredicesima generazione", in tempi più recenti si è diffusa la leggenda secondo cui l'esecuzione di Luigi XVI durante la Rivoluzione francese - che pose fine in qualche modo alla monarchia assoluta in Francia - sarebbe stata il coronamento della vendetta dei templari (alcuni storici sensazionalisti dell'epoca riportarono la notizia che il boia Charles-Henri Sanson, prima di calare la ghigliottina sulla testa del sovrano, gli avrebbe mormorato: «Io sono un Templare, e sono qui per portare a compimento la vendetta di Jacques de Molay»).

21/11/2008

Il Graal


 
 
 
 
 Sul leggendario calice in cui si dice Cristo abbia bevuto durante l’Ultima Cena e che abbia raccolto il suo sangue sulla Croce si è scritto di tutto: è stato oggetto di infinite sceneggiature cinematografiche e libri; lo hanno cercato i Nazisti, i Cristiani, archeologi, ciarlatani, i Cavalieri della Tavola Rotonda. Iniziamo con ordine, cioè dal suo nome: SANTO GRAAL nella sua forma più antica è attestato come SANGREAL, che deriva da due parole diverse SANG e REAL e significa Sangue Reale, e attesta la discendenza da Re Salomone di Gesù e la sua unione con Maria Maddalena (della casa di Beniamino); la leggenda in realtà indica come SANGREAL il ventre di Maria Maddalena che avrebbe portato in grembo il figlio di Gesù. Secondo altri, fra cui Helimand de Froidmont, il termine deriva dal latino GRADALIS e significa tazza o calice ed è assimilabile ad altri oggetti della mitologia celtica, come il Calderone di Dagda o greco-romana, come la Cornucopia.

Effettivamente nella Bibbia non si accenna al matrimonio fra i due e anzi si dà a Maria Maddalena della prostituta, ma le versioni di alcuni Vangeli Gnostici discordano (ci sarebbe persino un Vangelo scritto da Maria Maddalena…); a tal proposito c’è da dire che la Legge Ebraica (cui Cristo era sottoposto in quanto Ebreo) prevede come compito dell’uomo quello di avere moglie e generare figli.


La storia cui si riferiscono i più e avallata dalla Chiesa è narrata da Robert de Boron attorno al 1202, e tratta del facoltoso mercante e lontano parente di Gesù Giuseppe di Arimatea, che ne raccolse il sangue ai piedi della Croce; egli portò con sé il calice fino in Bretagna ove lo avrebbe consegnato al Re Pescatore. Da questo punto è difficile orientarsi: le leggende di Avalon e Parsifal narrano la versione “occidentale”, cioè della ricerca del Graal disperso da qualche parte della Bretagna al fine di annullare una maledizione che gravava sulle terre.

Molteplici sono però le differenti versioni della leggenda: secondo alcuni il Graal sarebbe stato portato in Bretagna da Gesù stesso e il Re Pescatore sarebbe un altro discendente della stirpe di Gesù; altri vorrebbero il Graal come dono di un Druido convertito al Cristianesimo a Gesù durante la sua permanenza in Cornovaglia, tale Druido viene poi identificato come Merlino. Alcune versioni sostengono che ci sia una stretta parentela fra Giuseppe di Arimatea, il Re Pescatore (chiamato così perché avrebbe effettuato lo stesso miracolo di Gesù della moltiplicazione dei pesci) e Parsifal.

La seconda parte di leggende viene tramandata in Europa dai racconti dei Crociati: si narra di una terra fertilissima (SARRAZ) e irraggiungibile da cui sarebbero nati i Saraceni, di un calice o di una pietra (lapis ex coelis) che donano l’immortalità; quest’ultima ipotesi sarebbe straodinariamente simile alla pietra conservata nella Ka’ba e adorata dai Musulmani o alla presunta tomba di Romolo nel Foro Romano (il Lapis Niger); altre teorie affermano che gli stessi Crociati abbiano riportato il Graal in Occidente e lo abbiano nascosto da qualche parte in Europa.

 

Il Graal si trova nel castello di Gisors.

I Cavalieri Templari avevano stretto rapporti con la Setta degli Assassini, un gruppo iniziatico ismailita che adorava una misteriosa divinità chiamata Bafometto . Per alcuni il Bafometto  altro non era che il Graal; prima di essere sgominati, gli Assassini lo avevano affidato ai Templari, che lo avevano portato in Francia verso la metà del XII secolo. Se le cose fossero davvero andate così, ora il Graal si troverebbe tra i leggendari tesori dei templari (mai rinvenuti) in qualche sotterraneo del castello di GISORS.

 

Il Graal si trova a Castel del Monte.

I Cavalieri Teutonici - fondati nel 1190 - erano in contatto sia con i mistici Sufi - una setta islamica che adorava il Dio delle tre religioni, Ebraica, Islamica e Cristiana - sia con l'illuminato Imperatore Federico II Hohenstaufen, a sua volta seguace di quella dottrina. Tramite i Cavalieri Teutonici, i Sufi avrebbero affidato il Graal all'Imperatore, affinché lo preservasse dalle distruzioni scatenate dalle Crociate. In tal caso, il Graal si troverebbe a Castel del Monte, un palazzo a forma di coppa ottagonale edificato apposta per custodirlo.

IL Graal Si trova nel Castello Di MontSegur 

Dopo che il culto di Zoroastro venne disperso, alcune delle sue dottrine furono ereditate dai Manichei, e, di seguito, dai Catari o Albigesi; questi ultimi erano giunti in Europa dal Medio Oriente, passando per la Turchia e i Balcani, e si erano stabiliti in Francia nel XII secolo. Nel 1244, dopo una lunga persecuzione da parte del Papato e dei francesi, furono sterminati nella loro fortezza di Montsegur; se avessero portato con sé il Graal durante le loro peregrinazioni, ora esso potrebbe trovarsi insieme al resto del loro tesoro in qualche impenetrabile nascondiglio del castello. Negli anni '30 il tedesco Otto Rahn, colonnello delle SS intraprese alcuni scavi a Montsègur e in altre fortezze catare con l' appoggio del filosofo nazista Alfred Rosenberg, portavoce del Partito e amico personale di Hitler: l'episodio fornì al romanziere Pierre Benoit, già autore del celebre L'Atlantide, lo spunto per il romanzo Monsalvat.

 

Il Graal si trova a Torino.

Importato forse dai pellegrini che si spostavano per l'Europa durante il medioevo o forse dai Savoia insieme alla Sacra Sindone, il Graal sarebbe giunto nel capoluogo piemontese; le statue del sagrato del tempio della Gran Madre di Dio, sulle rive del Po, indicano, a chi è in grado di comprenderne la complessa simbologia, il nascondiglio della Coppa.

 

Il Graal si trova a Bari.

Nel 1087, un gruppo di mercanti portò a Bari dalla Turchia le spoglie di San Nicola, e in loro onore venne edificata una basilica. In realtà la translazione del Santo era solo la copertura di un ritrovamento ben più importante, quello del Graal. I mercanti erano in realtà cavalieri in missione segreta per conto di Papa Gregorio VII. Il Pontefice era al corrente del potere del Calice, ma non intendeva pubblicizzare la sua ricerca, né l'eventuale ritrovamento, in quanto esso era un oggetto pagano, o comunque il simbolo di una religione ancor più universale di quella cattolica. Gli premeva di recuperarlo da Sarraz in quanto temeva che la sua presenza sul suolo turco avrebbe aiutato i Saraceni (in questo caso i Turchi Selgiuchidi) nella loro espansione ai danni dell'Impero Bizantino, e avrebbe nociuto al programmato intervento di forze cristiane in Terra Santa a difesa dei pellegrini.

Non è dato di sapere dove si trovava la coppa (che, forse, era passata per le mani di San Nicola nel VI secolo, e che gli avrebbe conferito la fama di dispensatore d'abbondanza ) e chi comandò la spedizione; sta di fatto che, in una chiesa sconsacrata di Myra, i cavalieri prelevarono anche alcune ossa, poi ufficialmente identificate come quelle del Santo. Il recupero delle spoglie giustificò la spedizione in Turchia e l'edificazione di una basilica a Bari; la scelta di custodire il Graal in quella città anzichè a Roma fu determinata da due motivi: da lì si sarebbero imbarcati i cavalieri per la Terra Santa (la prima crociata fu bandita sei anni dopo il ritrovamento) e il Graal avrebbe riversato su di loro i suoi benefici effetti; in più la sua presenza avrebbe protetto Roberto il Guiscardo, Re normanno di Puglie, principale alleato del Papa nella lotta contro Enrico IV.

08/11/2008

Il Santo Graal e lo Spirito di Ma’at: approcci alternativi e percorsi inesplorati alla ricerca della reliquia introvabile

Periodicamente e con una cadenza piuttosto regolare, riviste specializzate e non ci informano di nuove “scoperte” riguardanti presunte localizzazioni della reliquia più santa e più introvabile della storia: il Santo Graal.

Alla base di tali “scoperte”, nella maggior parte dei casi, sta il rinvenimento, in questo o quel luogo, di reperti assimilabili alla celeberrima “coppa del Preziosissimo Sangue”.

Il problema è: siamo poi così certi che il Graal e tale coppa siano davvero la stessa cosa?

Forse prima di chiederci dove sia il Graal, faremmo meglio a chiederci che cosa esso sia…

In realtà, infatti, una identificazione Graal – coppa di Cristo si fonda su presupposti storici a dir poco erronei: il primo a parlarne fu Robert de Boron, nel suo Joseph d’Arimathie, un’opera nata intorno al 1270, in pieno clima crociato, per inglobare un mito certamente pre-esistente e ricondurlo in ambito cristiano, quando, al contrario, come dice Julius Evola, “[...]la tradizione cattolica nulla sa circa il Graal, e lo stesso dicasi per i primi testi del cristianesimo in genere”1.

Risalendo il flusso penetrativo del mito, ci accorgiamo, infatti, che, ben prima di lui, avevano parlato del Graal il Conte del Graal di Chrétien de Troyes (1180 circa), che, senza altre specificazioni, aveva definito la reliquia semplicemente “un contenitore” (“basin”) e, qualche tempo dopo (verso il 1215), il Parzival di Wolfram Von Eschenbach, basato, però, su fonti molto precedenti (certamente risalenti a prima del 1085)2. Wolfram è molto più esaustivo nella sua descrizione di cosa il Graal sia e ci dice che esso è, in effetti, una semplice pietra.

Qui sta il punto fondamentale di tutta la questione: non di una coppa dobbiamo metterci in cerca, ma di “…una pietra del genere più puro [...] chiamata lapis exillis. [Se un uomo continuasse a guardare] la pietra per duecento anni, [il suo aspetto] non cambierebbe: forse solo i suoi capelli diventerebbero grigi”3. Ovviamente, ciò cambia radicalmente i termini della questione. Ma il rischio è quello di intraprendere una nuova “quest oggettuale”, senza comprendere a fondo i termini della questione.

Come primo passo, invece, in questa nuova ricerca, dobbiamo tentare di penetrare a fondo nella mentalità medievale, una mentalità in cui, come ci spiega il grande storico Jaques Le Goff: “ogni oggetto materiale era considerato come la figurazione di qualcosa che gli corrispondeva su un piano più elevato e che diventava così il suo simbolo. Il simbolismo era universale, e il pensare era una continua scoperta di significati nascosti, una costante, ‘ierofania’. Poiché il mondo nascosto era un mondo sacro e il pensiero simbolico non era altro che la forma elaborata, decantata, al livello dei dotti, del pensiero magico nel quale si immergeva la mentalità comune [...] si trattava sempre di trovare le chiavi che forzavano quel mondo nascosto, il mondo vero e eterno, quello dove ci si poteva salvare.[...] Un grande serbatoio di simboli è la natura. Gli elementi dei diversi ordini naturali sono gli alberi di questa foresta di simboli. Minerali, vegetali, animali sono tutti simboli anche se la tradizione si contenta di privilegiarne alcuni: fra i minerali, le pietre preziose che colpiscono la sensibilità per il colore e evocano i miti della ricchezza…”4

Su questa base, dunque, sembrerebbe ben più produttivo e consono alla mentalità da cui scaturisce il mito (o meglio, da cui si fa enunciato in occidente), ritenere che, sostanzialmente, quando parliamo di Graal-pietra ci stiamo riferendo ad un simbolo concreto di concettualità astratte, secondo la logica simbolica di eliadiana memoria5, e non ad un oggetto reale e tangibile.

Ecco che il nostro problema si sposta notevolmente. Se il Graal è puro significante simbolico, il passo successivo deve riguardare l’attribuzione di un significato morale o teologico a ciò che, altrimenti, rimarrebbe unicamente guscio vuoto e senza senso.

Qui, però, le cose si complicano notevolmente. Se il significante concreto del Graal è rinvenibile nella pietra, dovremmo ricercare le concezioni astratte collegate, in ambito medievale, a tale oggetto, ma, in tale ricerca, ci rendiamo conto di trovarci davanti ad una selva sterminata di significati possibili6.

In linea generale, possiamo ritenere che i minimi comun denominatori di tali significazioni del simbolo “pietra” possano essere riassumibili in:

* un segnale della presenza di Dio e della sua potenza;
* un elemento fondante del potere creativo primigenio;
* un simbolo di regalità;
* un ricettacolo di forza cosmica.

Dal momento che tutti questi elementi, pur adattandosi perfettamente al senso del Graal così come sviluppatosi dal momento della nascita del suo mito, risultano in definitiva generici, potremmo pensare di essere giunti ad una sorta di punto morto. In effetti, però, a questo punto viene in nostro aiuto una fonte insperata e, normalmente, probabilmente a torto, ben poco utilizzata dalla storia della simbolistica: la libera muratoria.

Lasciando da parte ogni discorso di stampo etico, politico o religioso sulla istituzione massonica in sé, è, infatti, innegabile che, per la sua particolare strutturazione storica, la massoneria possa essere considerata un formidabile bacino di conservazione e trasmissione (anche se, probabilmente, spesso pedissequa e, conseguentemente, progressivamente distorta) di sapere tradizionale proveniente dagli ambiti più disparati e sincretizzato in una sorta di cammino para-omogeneo7.

Ebbene, proprio in ambito libero-muratorio la pietra assume un ruolo fondamentale come simbolo morale.

La pietra grezza è il simbolo massonico legato all’allegoria della costruzione del tempio dell’umanità, alla cui edificazione si dedicano tutti i massoni. Simboleggia l’uomo come la natura l’ha creato, nel suo stato rude e incolto, caratterizzato dai vizi e dalle molte passioni che ogni libero muratore deve imparare a dominare. La pietra grezza simboleggia, di conseguenza, soprattutto il neofita, che non può essere utilizzato fino a quando, diventato apprendista, la sua preparazione intellettuale e morale non abbia raggiunto un grado nella scala del perfezionamento sufficiente a fargli guadagnare la patente di affidabilità. La pietra grezza dovrà, quindi, essere squadrata quel tanto che è necessario a consentirne l’impiego con le altre. Al massone viene continuamente ricordato che egli è pietra che deve essere levigata per ricavarne una ben definita personalità, richiesta dalle leggi geometriche dell’architettura dell’umanità. La pietra deve essere portata a una forma più prossima possibile al cubo perfetto, deve essere, cioè, trasformata dall’apprendista in pietra cubica, che è caratteristica del superiore grado massonico di compagno d’arte.

Come contraltare, allora, la pietra squadrata rappresenta la pietra perfetta, in cui tutte le dimensioni sono tra loro uguali. Simboleggia l’uomo che, operando su sé stesso, ha superato le sue condizioni primordiali attraverso l’eliminazione sistematica e graduale, iniziaticamente pilotata, delle imperfezioni da cui era costituito. La regolarità dei nuovi elementi costitutivi conseguiti è proporzionale all’abilità e alla diligenza di ogni singolo artefice, messe in atto nel corso della lavorazione della sua pietra grezza. Quanto di purificato ed istruito si è strettamente collegato ed amalgamato nell’apprendista libero muratore, si manifesterà nella sua realtà nel compagno d’arte, dentro e fuori della loggia8.

Insomma, risulta assolutamente chiaro che il simbolo della pietra si riferisce, in ambito massonico, allo Spirito (in altri ambiti lo potremmo chiamare Anima, o Logos, o Sentire) dell’uomo, in costante ricerca della propria elevazione.

Ci si trova, allora, di fronte ad una sorta di dicotomia di significati che rischia di lasciare spiazzati: da un lato abbiamo, infatti, una pietra che, in virtù della carica simbolica attribuitale nel corso dei secoli, si pone pienamente come simbolo teologico e teofanico; dall’altro, abbiamo una significazione esoterico-massonica che riporta il simbolo ad un piano pienamente morale-antropologico.

La tentazione potrebbe essere quella di pensare a due piani di significazione a sé stanti, a due tradizioni parallele che attribuiscono ruoli differenti alle stesso oggetto simbolico.

Ragionare in questo modo, però, sarebbe un errore, perché significherebbe discostarci nettamente dal sistema di pensiero che deve farci da punto di riferimento, cioè quella cosmologia medioevale in cui “nulla è elemento a sé stante ma tutto è parte del tutto, tutto è forma distinta della medesima sostanza, che è, in ultima analisi, manifestazione del Divino pervadente.”9

In quest’ottica, allora, è necessario trovare punti di contatto, elementi di compenetrazione sincretica tra nuclei di significato che possono, a prima vista, apparire anche lontani tra loro.

Nella realtà dei fatti, una tale operazione di sincretizzazione non appare, da punto di vista logico, particolarmente ardua ed anzi, proprio impostando il più lineare dei sillogismi, possiamo pervenire a conclusioni di enorme importanza.

Proviamo a ripercorrere da un altro punto di vista i dati fino ad ora emersi.

La massoneria, si è detto, è uno scrigno di conservazione di un sapere simbolico molto antico. Tale scrigno, pur se formalizzato nella sua dimensione ‘speculativa’ solo nel 1717, fonda storicamente le proprie radici nelle corporazioni operative medioevali. Proprio nel medioevo, all’incirca nello stesso periodo della fioritura della massoneria operativa, si sviluppa in letteratura (come abbiamo visto, con diverse ramificazioni e interpretazioni) un simbolo, come quello del Graal che, pur in seguito passato alla Tradizione cristiana, ha, in realtà, origini che dal Cristianesimo appaiono essere ben lontane. Nella sua rappresentazione letteraria più antica (almeno dal punto di vista del nucleo tematico di riferimento) il Graal, simbolo universale (di cui è, però, ben difficile comprendere il significato puro, ultimo e fondante), viene oggettivizzato nel simbolo concreto della pietra. La stessa pietra, nell’originariamente coevo universo simbolico liberomuratorio, ha un ruolo di grandissima importanza ed un significato ultimo interpretabile come ‘Spirito umano’. Su questa base, allora, è più che lecito inferire uno slittamento di significato e una sua estensione proprio all’ambito graaliano, ipotizzando come significato finale del Graal, proprio quello stesso ‘Spirito umano’ che non risulta dicotomico e contrastante con una significazione teologica del simbolo in virtù di quanto precedentemente affermato riguardo alla visione antropologica medioevale: la pietra è simbolo dello spirito umano, ma lo spirito umano (che è sostanza ultima formante dell’uomo) è, fondamentalmente, nel quadro biblico-cristiano, simbolo vivente di Dio (“… ad immagine e somiglianza…”) e, di conseguenza, ecco che, per proprietà transitiva, la pietra diventa anche simbolo teofanico a pieno diritto.

Il rinvenimento del significato ultimo del Graal nella simbolizzazione dell’animo umano in continuo perfezionamento, comunque, ben lungi da essere un punto di arrivo, risulta essere, piuttosto, un punto di partenza per la risoluzione di altri quesiti.

Lasciando completamente da parte l’ambito morale-teologico, che non ci pertiene, una domanda, dal punto di vista storico, assume particolare importanza: da dove deriva l’idea di una simbolizzazione dello spirito umano nella pietra? Non si tratta di una domanda oziosa: dalla risposta, infatti, potrà derivare anche l’ottica da assumere in campo etico per una reale comprensione del messaggio graaliano.

Ebbene, ripercorrendo a ritroso la storia della simbologia, risulta chiarissimo il punto di origine di tale riversamento simbolico: la pietra diventa simbolo dello spirito già nella cultura dell’antico Egitto. Esaminiamo alcuni passaggi che portano ad una tale conclusione, a partire, ancora una volta, dal sistema para-culturale libero-muratorio.

In uno dei testi divulgativi sulla Massoneria più conosciuti, quel La Chiave di Hiram di Knight e Lomas10 che tanto ha contribuito alla diffusione di una sorta di immagine mitico-mitologica dell’Arte Reale11, solo parzialmente rispondente alla verità, in mezzo alle numerose affermazioni di difficile riprova storica12, ve n’è una di estremo interesse, riguardante proprio lo Spirito, o meglio l’orientamento spirituale che deve animare ogni Libero Muratore e che, secondo i precetti morali massonici, dovrebbe diventare l’orizzonte esperienziale a cui tendere per ogni uomo, profano o iniziato.

Tale affermazione riguarda quello che gli autori definiscono lo ‘Spirito di Ma’at’’.

Scrivono Knight e Lomas: “I nostri studi ci consentirono di familiarizzare con un concetto cardine attorno a cui ruota la civiltà egizia, cioè a dire la nozione di Mé’e13, la cui definizione, qui di seguito riportata, destò in noi una reazione mista di agitazione e stupore:

‘Il bisogno di ordine rappresentava la caratteristica distintiva della civiltà egizia. Se le convinzioni religiose di questo popolo non mostrano profondi contenuti etici, nelle questioni pratiche la giustizia era considerata da tutti un bene fondamentale, parte integrante dell’ordine naturale delle cose. Il giuramento solenne prestato dal faraone davanti al visir nel giorno dell’investitura serviva ad enfatizzare ulteriormente tale concetto. Il termine Mé’e usato nella cerimonia non voleva indicare semplicemente l’equità; trattandosi di vocabolo il cui senso originario era letteralmente «livellato, ordinato, simmetrico», proprio come le fondamenta di un tempio, esso assume nel tempo una sfumatura più astratta, venendo a designare la rettitudine, la verità e la giustizia.’14

Si potrebbe trovare una descrizione più limpida e più succinta della Massoneria? Parlando in qualità di iniziati, lo escludiamo. L’istituzione muratoria è un particolare sistema morale che trova il proprio fondamento sui principi dell’amore fraterno, del soccorso e della verità. Al neofita si insegna che squadre e livelle sono segni certi di identificazione di un fratello. Come il concetto di Mé’e (tradotto come «la Rettitudine») non costituiva parte integrante di un qualche corpus teologico o di qualche mito a sfondo religioso, così la Massoneria non può essere considerata come una religione. In ambedue i casi si è pragmaticamente pervenuti all’idea che la continuità di civiltà e progresso sociale derivi dalla capacità individuale di «non fare agli altri ciò che non si vorrebbe fosse fatto a noi». Il ricorso, in ambedue le concezioni alla simbologia del progetto e della costruzione di un tempio, nonché la convinzione che la condotta umana debba essere equilibrata e retta, non vanno lette come mere coincidenze del caso. [...] A questo punto il legame tra principi libero muratori e i valori della «Rettitudine» ci sembravano fuori discussione.”15

Insomma, uno dei cardini della morale massonica, proprio quello spirito che dovrebbe risorgere dallo squadramento della nostra pietra per mostrarsi come vero spirito dell’uomo (e, non ci stanchiamo di ripeterlo, come conseguente riflesso del Divino nell’uomo), avrebbe origini che riposano addirittura nella religiosità egizia. Si tratta di un salto culturale certo azzardato ma che, storicamente, non appare così incongruo. La connessione tra Spirito Liberomuratorio (legato al concetto di pietra) e ‘Spirito di Ma’at’ dell’Antico Egitto appare, infatti, lecita e sembra trovare riscontro nella realtà effettuale per almeno tre ordini di ragioni:

1) come scrive Massimo Introvigne16:

“[Tra le fonti della Massoneria speculativa] vi era un corpus di leggende contenuto nelle cosiddette ‘Costituzioni manoscritte della massoneria’, i cui testi principali sono due manoscritti, Halliwell (più conosciuto come Regius) e Cooke, che risalgono agli anni 1390-1410. Questi manoscritti contengono due diverse leggende sulle origini della muratoria: una più antica – che è stata chiamata la ‘storia antica breve’ – e una più recente, la ‘storia nuova lunga’.

La ‘storia antica breve’ parte da un mitico viaggio in Egitto di Euclide (c. 300 a.C.), che ivi avrebbe fondato una scuola dell’arte della geometria e della costruzione, trasmessa poi a numerosi popoli e in particolare agli inglesi all’epoca del re Athelstan (†939), che avrebbe dato ai liberi muratori i loro regolamenti e costituzioni. La ‘storia nuova lunga’ parte invece da prima del Diluvio e menziona vari personaggi biblici – fra cui Jabal, che sarebbe stato un maestro costruttore impiegato da Caino, ed Enoch – che avrebbero trasmesso i segreti dell’arte muratoria in lamine d’oro o colonne nascoste (più tardi confuse con le colonne Jachin e Boaz del tempio di Salomone, con cui all’origine non si identificavano). Successivamente questi segreti sarebbero stati rivelati ad Abramo, di cui sarebbe stato allievo Euclide (è raro che le leggende si preoccupino dei dati cronologici) il quale avrebbe insegnato l’arte agli egizi. Dagli egizi l’arte sarebbe stata ritrasmessa agli ebrei, e avrebbe trovato il suo culmine con Salomone e il suo Tempio. Dopo la distruzione del Tempio l’arte sarebbe passata ai cristiani – fra cui quattro martiri europei, costruttori di professione, i santi Quattro Coronati –, sarebbe stata protetta in Inghilterra da sant’Albano (il cui martirio è tradizionalmente fissato al 303 d.C.) e codificata da Athelstan…”.

Di fatto, dunque, un forte collegamento tra Massoneria e cultura egizia, per quanto attraverso il filtro di leggende e rielaborazioni simboliche, risulta chiaramente attestato nel Poema Regius17, il più antico testo massonico conosciuto.

D’altra parte, quasi tutti i Riti18 presenti nella Libera Muratoria si rifanno, direttamente o indirettamente, a elementi simbolici egiziani.

2) Un altro punto a favore della ‘Teoria di Ma’at’ deriva dall’analisi del senso stesso di tale divinità. Si prenda, ad esempio, una definizione tratta da Esonet19 (ma, in realtà, qualunque definizione sulla dea si attaglia a medesime considerazioni):

“Nell’antico Egitto Maat era la regola, e la regola era Maat. Nessun concetto poteva significarne tanti alla pari di Maat. Essa era l’ordine, la saggezza, la ritualità, la rettitudine, la giustizia, la morale, l’armonia universale. Era il cubito dell’artigiano, secondo il quale ogni cosa veniva misurata esattamente. Era la custode della legge divina, verità perfetta e sapienza assoluta. Simbolo di Maat, nel linguaggio dei geroglifici, era lo zoccolo del trono, rettitudine per eccellenza. Dire e fare Maat, porre la regola nel suo cuore per governare con armonia: questo e solo questo era il compito principale del Sovrano, espressione terrena della divinità. Ispirandosi alla regola di Maat, il Re interveniva negli affari giuridici, proteggeva il debole dal più forte. É in virtù del suo legame con Maat che l’istituzione faraonica fu il più durevole dei regimi politici e attraversò i secoli. É per questo che il faraone (da ‘per aa’, grande casa) non poteva essere un tiranno: la sua volontà doveva essere solo Maat, al di fuori di essa c’era il caos. Maat era figlia del dio solare Ra e sorella di Thot, dio della sapienza. Con lui sedeva sulla prua della nave di Ra, impugnando lo scettro e l’ankh e portando la piuma bianca della verità. A Maat prestava giuramento il faraone, al momento dell’investitura, e nella sala di Maat (la Sala della Giustizia), al termine della vita terrena, avveniva la pesatura del cuore con la piuma della giustizia. Questa era la tradizionale dichiarazione di innocenza (dal Papiro di Ani) di fronte a Osiride: ‘Non ho detto il falso: Non ho commesso razzie; Non ho rubato; Non ho ucciso uomini; Non ho commesso slealtà; Non ho sottratto le offerte al dio; Non ho detto bugie; Non ho sottratto cibo; Non ho disonorato la mia reputazione; Non ho commesso trasgressioni; Non ho ucciso tori sacri; Non ho commesso spergiuro; Non ho rubato il pane; Non ho origliato; Non ho parlato male di altri; Non ho litigato se non per cose giuste; Non ho commesso atti omosessuali; Non ho avuto comportamenti riprovevoli; Non ho spaventato nessuno; Non ho ceduto all’ira; Non sono stato sordo alle parole di verità; Non ho arrecato disturbo; Non ho compiuto inganni; Non ho avuto una condotta cattiva; Non mi sono accoppiato (con un ragazzo); Non sono stato negligente; Non sono stato litigioso; Non sono stato esageratamente attivo; Non sono stato impaziente; Non ho commesso affronti contro l’immagine di alcun dio; Non ho mancato alla mia parola; Non ho commesso azioni malvagie; Non ho avuto visioni di demoni; Non ho congiurato contro il re; Non ho proceduto a stento nell’acqua; Non ho alzato la voce; Non ho ingiuriato alcun dio; Non ho avuto dei privilegi a mio vantaggio; Non sono ricco se non grazie a ciò che mi appartiene; Non ho bestemmiato il nome del dio della città.’”

Ebbene, si confronti ora il testo sopra riportato con il seguente estratto (sei dei primi nove articoli su quindici20) del documento intitolato Antichi Doveri e Regole, che riporta le norme che, secondo il Regolamento della Gran Loggia Regolare d’Italia, l’unica Gran Loggia italiana riconosciuta dalla Loggia Madre (la United Grand Lodge of England), devono essere letti dal Segretario al Maestro Eletto prima della sua installazione a Maestro Venerabile21:

“1. Vi impegnate a tenere sempre una condotta onesta e rispettabile e ad obbedire alla Legge Morale.

2. Vi comporterete da ideale cittadino e di buon grado vi sottometterete alle Leggi del Paese nel quale risiedete.

3. Vi impegnate a non partecipare a complotti e cospirazioni contro lo Stato e a sottomettervi alle decisioni della Magistratura.

4. Vi impegnate a rispettare la Magistratura Civile, a lavorare onestamente, a condurre una vita rispettabile e ad agire lealmente verso tutti.

[5. Vi impegnate ad onorare la memoria dei Fondatori dell’Ordine Massonico, a rispettare i loro regolari successori, i capi supremi e gli ufficiali subalterni secondo il loro grado; Vi impegnate ad uniformarvi alle decisioni ed alle risoluzioni prese in Loggia dai vostri Fratelli in conformità alla Costituzione dell'Ordine.]

6. Vi impegnate ad evitare la polemica e lo scontro verbale ed a prevenire l’intemperanza e l’eccesso.

[7. Vi impegnate ad essere circospetto e prudente nella condotta e nelle azioni, cortese con i vostri Fratelli e fedele alla vostra Loggia.

8. Vi impegnate a rispettare tutti coloro che sono Fratelli, veri e regolari, a cacciare gli impostori e coloro che dissentono dalla pratica dei Principi originari della Massoneria.]

9. Vi impegnate a contribuire al bene generale della società, a coltivare la virtù sociale e a promuovere la conoscenza dell’Arte nei limiti consentiti dalle vostre capacità.”

Mutatis mutandis, è impossibile non notare l’assoluta consonanza di ordine morale tra due documenti distanti tra loro circa 4000 anni.

D’altra parte, come ricordato dal Ven.Fr. Nigel Beaven22, alcuni dei concetti fondamentali del ‘Rituale di Iniziazione’ di ogni Fratello Muratore risultano essere:

“Che la Prudenza vi diriga,

Che la Temperanza vi moderi,

Che la Fortezza vi sostenga,

e che la Giustizia sia la guida di ogni vostra azione”,

al cui interno, ricorda sempre il Ven. Fr. Beaven,

“La Giustizia [cioè la virtù rappresentata da Ma'at] viene considerata come la più importante tra le Virtù Cardinali [...] E’ una qualità morale che perfeziona la volontà e la porta a rendere ad ognuno ciò che gli appartiene…”

3) La prova fondamentale, però, del collegamento tra pietra, spirito dell’uomo massonico e ‘Spirito di Ma’at’ è data dalla simbologia relativa alla dea. In molti testi si legge, erroneamente che il simbolo della dea Ma’at è una piuma, quella piuma che ella indossa e che serve a fare da contrappeso alle anime dei morti nel momento del loro giudizio. In realtà, la piuma è solo il simbolo geroglifico utilizzato per la rappresentazione di Ma’at, mentre

“Ma’at (a volte chiamata Maat) era la patrona della Verità, della Legge e dell’Ordine. Viene rappresentata come una donna, spesso giovane, che indossa una corona sormontata da una lunga piuma di pavone (spesso rossa). Il suo simbolo è una pietra che rappresenta la sua forza e stabilità. Si riteneva che senza di lei tutta la creazione sarebbe perita, dal momento che ella rappresentava l’ordine e la stabilità dell’intero universo.”23

E ancora al legame tra Pietra e Ma’at si accena nel Kore Kosmu24, il testo alessandrino attribuito a Ermete Trismegisto in cui, riguardo a Hermes (l’equivalente greco di Thoth25, sposo, nel pantheon egizio, di Ma’at), si trova:

“La Verità [Ma'at] dunque ha parlato a Hermes. Hermes ha compreso ogni cosa. Ciò che ha conosciuto egli ha inciso su pietra. Il pensiero su pietra nascosto ai più. I sacri simboli degli elementi cosmici, tenuti al silenzio sicuro che ogni più giovane età del tempo cosmico possa cercarli.”

Dalla lettura di questo brano difficilmente si potrebbe dubitare che la pietra sia in realtà simbolo di qualcosa di più elevato: la Verità di Ma’at, infatti, si incide sulla pietra, ma il significato più chiaro di questa affermazione è che la Verità e la Giustizia si incidono, marcandolo indelebilmente, sullo spirito dell’uomo e in particolare dell’uomo iniziato ai più alti misteri.

Ecco dunque che il simbolo pietra assume significati nettamente più precisi: se, infatti la pietra è simbolo della giustizia, è questa giustizia - ‘Spirito di Ma’at’ che il Libero Muratore deve riscoprire dentro di sé attraverso il lavoro di ‘sgrossatura’. Ma lo ‘Spirito di Ma’at’ resta comunque spirito divino all’interno dell’uomo ed è chiaro che, in ambito medioevale, tale spirito divino di stampo egiziano sia stato riportato all’omninglobante orizzonte cristiano. Si viene così definitivamente a superare la dicotomia interpretativa del simbolo, di cui si diceva in precedenza, mentre si opera una progressiva ‘chiusura del cerchio’ relativamente all’interpretazione del Graal.

In sostanza, infatti, la conclusione più lineare risulta anche essere la più sconvolgente: il Graal, in ultima analisi, siamo noi, nel senso che il vero Graal, nel suo significato originario, è semplicemente la nostra anima che necessita di elevarsi, sgrossarsi e volgersi verso la giustizia, ritornando allo stato originario di reale specchio simbolico della “giustizia di Ma’at”, del suo spirito.

Si tratta di una ipotesi ( perché pur sempre di ipotesi di lavoro stiamo parlando) azzardata? Forse. Ma, di fatto, solo attraverso questa interpretazione e l’esplorazione di nuovi percorsi di ricerca, come visto26, molte tessere del ‘mosaico culturale’ riguardante il mito graaliana sembrano trovare adeguata sistemazione.

NOTE:

1 Julius Evola, Il Mistero del Graal, articolo apparso sul quotidiano Il Popolo di Roma il 30 marzo 1934.

2 Lawrence Sudbury, Il Graal è dentro di noi, Milano, Il Melograno 2006, pp. 18 ss

3 Parafrasi dal Parzival tratta da: Arcangelo Morigi, Parsifal - Storia di un mito, Roma, Aretè 1991, pag. 37

4 Cfr. Jaques Le Goff, Alla Ricerca del Medioevo, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana 1986, pgg. 121-122

5 Mircea Eliade, Storia delle Credenze e delle Idee Religiose, Vol. III, Milano, Sansoni 1980, pag. 111 ss.

6 AA.VV., Enciclopedia dei Simboli, Milano, Garzanti, 1991, pgg. 399-402

7 Afferma l’eminente egittologo Sir Wilkinson: “Tutte le leggende massoniche risalgono a tempi remoti e un esame accurato ci induce a riferirle agli ambienti delle Corporazioni Elleniche e dei Misteri d’Oriente” - Cfr. Sir. G. Wilkinson, Manners and Costums of the Ancient Egyptians, 1878, vol.III, pag. 38,

8 Cfr. Riccardo Chisotti (a cura di), Dizionario Esoterico, Esonet, 2002 (www.esonet.org)

9 Cfr. Salvatore Brunello, Compendio di filosofia medioevale, Bergamo, Capitanio, 1996, pag.21

10 Cfr. Christopher Knight e Robert Lomas, La Chiave di Hiram, Milano, Mondadori, 1997, passim

11 Termine con cui viene spesso definita la Libera Muratoria

12 Quali, ad esempio, quelle che riconducono la figura simbolico-leggendaria di Hiram Habif, il Maestro Architetto del Tempio di Salomone della Tradizione massonica alla figura storica di un Faraone del periodo Hyksos immediatamente precedente all’avvento del Nuovo Regno.

13 Altra dizione con cui viene reso in scrittura corrente il nome ‘geroglifico’ di Ma’at

14 P.H. Newby, Warrior Pharaos

15 Cfr. Knight, Lomas, citato, pgg. 113-115

16 Massimo Introvigne, La Massoneria, Milano, Elledici, 1997, pgg.41ss

17 Cfr. Poema Regius, Rivista Massonica, Vol. XVIV, N.6, 1973, pag.9

18 Ovviamente, primo fra tutti, quello di Memphis e Misraim

19 Cfr. Riccardo Chissotti, citato

20 I seguenti sono più strettamente legati alle Regole di comportamento proprie di un Libero Muratore in ambito di Loggia o di Obbedienza

21 Cfr. Antichi Doveri e Regole, pubblicato sul sito della G.L.R.I. (http://www.grandlodge-italy.org)

22 Ven. Fr. Nigel Beaven, PM de Bohun Lodge N.°8175 Buckinghamshire – UGLE. DC of Buckinghamshire Lodge for Masonic Research No. 9585 – UGLE, Conferenza dal titolo ‘La Pratica di Ogni Virtù Morale e Sociale, Loggia Quatuor Coronati N.°112 – GLRI, 15 ottobre 2005

23 Cfr. Gregor McCormack, Myths and Religious Believes in Ancient Egypt, Oxford, O.U.P., 1993, pag. 341.

24 Cfr. Ermete Trismegisto, Estratti da Stobeo: Kore Kosmu, Bologna, Mimesis, 1990, pag. 87

25 Per altro, sarebbe di notevole interesse analizzare le discendenze massoniche della figura di Thoth, il cui simbolo, la combinazione tra sole e luna, è spesso raffigurato accostato al simbolo di Ra, cioè l’occhio, cosa che non può non far pensare ad un retaggio nella simbologia del Tempio liberomuratorio, in cui, ad Oriente, sono raffigurati appunto Sole, Luna e Occhio Onnivedente…

26 E molti altri esempi si potrebbero citare. Cfr. L.Sudbury, citato, passim

Inghilterra Misteriosa

 

Parte I - L'Inghilterra del Sud

 

 

Agosto 2007. Dopo aver seguito le tracce di Maria Maddalena e del filone ad essa collegato del Graal, era giunto il momento di andare ad indagare l'altra faccia del Sacro Calice, quella mistica legata ad un'altra importante figura dei Vangeli: Giuseppe di Arimatea. Queste tracce conducono immancabilmente a Glastonbury, l'antica e mistica Avalon delle leggende arturiane. Ma una volta che ci si trova nel Sud dell'Inghillterra, tanti altri luoghi possono rivelarsi interessanti per la Ricerca personale... Così, dalla Sapienza iniziatica nascosta nelle decorazioni delle grandi cattedrali medievali, a piccole ma intriganti chiesette Templari, dalle reminiscenze dei culti druidici sulla cima del Glastonbury Tor a quelle di cui sono intrise le millenarie rocce di Stonehenge, l'itinerario che ho seguito mi ha portato ad un profondo arricchimento spirituale che difficilmente può essere dimenticato. Ben diversa è l'atmosfera che si respira a Londra, pervasa da influenze di matrice più occulta, specialmente nella City, il cuore economico e finanziario d'Inghilterra. Qui ogni edificio pulsa di simbolismo occulto: dal Tempio di Loggia alla chiesa dei Templari, dalle cattedrali all'obelisco egizio, ma c'è anche spazio per altre visite più "riposanti", come quelle nei musei, dal più famoso British Museum a quello di Sherlock Holmes, chicca per appassionati, dal Tower Bridge alla Torre di Londra. Queste brevi note che seguono, stralciate dal diario di viaggio, vogliono dare un'idea dell'itinerario e delle sensazioni provate nel percorrere i luoghi descritti, mentre chi vorrà approfondire i dettagli "tecnici" potrà farlo seguendo i collegamenti che si troveranno man mano e che verranno aggiunti in seguito.

 

 

Mer. 8/8/07

 

Veduta notturna di Bristol

Foto 1 - Bristol: Vista notturna sul fiume Avon

 

Il primo giorno è stato completamente occupato dal viaggio di andata, con un volo che dall'aeroporto di Roma Ciampino mi ha portato nel cuore della città di Bristol. Durante il volo, mentre si percorreva il sentiero di discesa, scrutando tra le capagne nei dintorni di Bristol, ho avvistato due caratteristici crop-circles, i "cerchi nel grano" che ogni anno, prorpio nel periodo di Agosto, attirano tanti appassionati di ufologia e misteri. Neanche a farlo apposta, Bristol è stato importante centro templare, cosa è ancora oggi ricordato dall'esistenza di un quartiere del Tempio, chiamato, appunto, Temple, e dai tanti toponimi ad esso collegati: Temple Meads, Temple Square, Temple Quay e così via. Non solo, ma per un simpatico capriccio del caso, l'albergo che mi ha scelto l'agenzia si trovava a due passi dall'antica chiesa Templare, la Temple Church, la cui originaria corte è oggi trasformata in giardino pubblico (“Temple Gardens”), con le singolari tombe che s’innalzano qua e là, e su cui la gente si siede, si sdraia, gioca a carte, ecc… Indagando sul solito Internet, si scopre che secondo alcune leggende di paese durante la notte, specialmente nel periodo natalizio, sia stato avvisato il fantasma di un Cavaliere Templare infuriato a cavallo del suo destriero: posso ben capirlo, visto come trattano l’antico cimitero del Tempio! Nei giorni seguenti, al ritorno dalle visite serali alla città vi sono passato accanto tante volte, sempre così buio, e solitario, e spettrale nella nebbiolina arancione per i lampioni ai vapori di sodio. Una foto scattata per sbaglio a questo scenario così suggestivo è risultata a posteriori talmente simpatica che l'ho inserita nella testata di questa sezione. Bristol aveva anche altre attrattive, ma per il momento non ne sapevo ancora nulla.

 

 

Gio. 9/8/07

 

Glastonbury: Chiesa di San Giovanni

Foto 2 - Glastonbury: Chiesa di San Giovanni

 

Dopo aver speso intere serate nei giorni precedenti la partenza a pianificare gli itinerari, tenendo conto degli orari e dei giorni di apertura al pubblico di ogni sito, era venuta fuori una scaletta che non ammetteva troppe modifiche. Così, nel primo giorno effettivo, il Piano prevedeva una visita alla mistica città di Glastonbury, l’antica Avalon delle leggende bretoni. Che la visita mi sarebbe piaciuta l’ho capito subito appena sceso dall’autobus: nella strada principale del paese numerose botteghe di articoli magici e librerie esoteriche. Abiti da cerimonia druidica, sfere di cristallo, incensi, bacchette da rabdomante, pendolini, tarocchi e quant’altro riempivano le vetrine di tutti quei negozi uno dopo l’altro, e non era certo paccottiglia per turisti, visti i materiali spesso preziosi con cui erano realizzati.

 

Per prima cosa mi sono trovato davanti la Chiesa di San Giovanni, che sono entrato a visitare. In questa chiesa Giuseppe d’Arimatea la fa da padrone, è quella in cui si trova quella splendida vetrata con la sua figura, l’unica conosciuta a quanto pare. Secondo la tradizione, Giuseppe era lo zio di Maria e da viaggiatore e commerciante che era, aveva spesso viaggiato in quella parte d’Inghilterra, una volta portandoci anche il giovane Gesù. Dopo la crocifissione, raccolse il sangue di Gesù nella coppa che aveva utilizzato nell’Ultima Cena, è portò la preziosa reliquia con sé qui, a Glastonbury. Le leggende sono tutte là, palpabili quasi materialmente: sedutosi a riposare su un colle, piantò il bastone a terra e cadde addormentato. Al suo risveglio, il bastone aveva messo radici e ne era nato un albero di “Spina Santa”, che si può ancora vedere nei pressi dell’Abbazia di Glastonbury. L’albero poi è stato ripiantato in altri punti-chiave della città. Uno è il giardino della Chiesa di S. Giovanni. Quest’albero è particolare, è chiamato Spina Santa perché fiorisce due volte all’anno, sotto Pasqua e sotto Natale, perciò subito associato a Gesù. Ogni anno a Natale l’abate di Glastonbury raccoglie un mazzo di fiori di Spina Santa da questo albero per inviarlo alla Regina.

 

L'Abbazia di Glastonbury

Foto 3 - L'Abbazia di Glastonbury

 

Logico che, subito dopo, mi recassi nell’Abbazia di Glastonbury, le cui rovine oggi spiccano in foto in qualunque sito si parli di Re Artù. Si narra che nel XIII sec. alcuni monaci dell'abbazia, incuriositi dalle tante leggende locali secondo cui il leggendario Re Artù, insieme a sua moglie Ginevra, fosse stato sepolto proprio sotto la loro abbazia, intrapresero una campagna di scavi. Ad un certo punto, alla notevole profondità di sette piedi, ritrovarono una lastra di pietra sotto la quale giaceva una croce in piombo, alcuni resti ossei ed un cartiglio che attestava che quelli erano proprio i resti di Artù, sepolto nella terra di Avalon. Il posto era incantevole, le rovine quasi mistiche. Ho passato lungo tempo tra quelle pietre, cercando di avvertirne le sottili vibrazioni che certamente emanavano: in fondo, mi trovavo in uno dei più antichi siti cristiani bretoni, che a sua volta chissà quanti altri culti aveva precedentemente ospitato...

 

 

Veduta del Glastonbury Tor

Foto 4 - Veduta del Glastonbury Tor

La Torre in cima al Tor
 
Foto 5 - La Torre in cima al Tor

 

 

Dieci minuti di viaggio in corriera, e sono stato abbandonato ai piedi della magica collinetta conosciuta come Glastonbury Tor, il vero pezzo forte della giornata, quello che attendevo maggiormente. Fin dai tempi più antichi il Tor era un luogo sacro, si diceva fosse la dimora di Gwin Ap Nudd, il Re delle Fate e del Mondo Sotterraneo. Poi divenne luogo di culto dei Celti, e dei Druidi, che vi eressero una torre sulla cima. La collina si erge solitaria in una zona per lo più pianeggiante, e già questa è un’anomalia. Si trova nel punto d’incrocio di due principali ley lines, una maschile, detta di “San Michele”, ed una femminile, detta di “Santa Maria”. Questi nomi derivano dall’osservazione che fin dal medioevo, la maggior parte delle chiese ed edifici religiosi che sorgono su queste linee erano intitolate alle figure menzionate; quella di S. Michele, in particolare, finiva al mare nella penisola di Cornovaglia, raggiungendo St. Michael’s Mount, isolotto accessibile solo durante la bassa marea attraverso una stretta lingua di sabbia, che fa coppia con quello analogo che si trova in Francia, Mount St. Michel. Un antico sentiero avvolge il Tor che così appare come terrazzato. Visto dall’alto, la forma del sentiero ricorda quella del famoso labirinto che è stato ritrovato in tutto il mondo legato a culture ed epoche differenti. Percorrerlo tutto richiede circa 4 ore, ma oggi non è neanche consigliato, anche perché i processi di erosione lo stanno pian piano livellando. È stato invece realizzato un passaggio in cemento che, piano piano, permette di arrivare alla cima. I primi Cristiani che arrivarono sul Tor distrussero l’antica torre simbolo di credenze pagane, sostituendola con una chiesa. Ben presto questa crollò, e nel XIII sec. ne eressero una più grande, un’abbazia dedicata a S. Michele Arcangelo. Anche questa, però, ben presto inspiegabilmente crollò, e ne rimase solo il campanile, oggi torre solitaria, che svetta sulla cima. Si dice che il Tor stesso abbia fatto di tutto per mantenere il suo stato originale, cioè un colle con una torre sopra. Una volta giunti sulla cima, si assapora tutta l'energia che il luogo sa sprigionare: per niente stanco nonostante la faticosa arrampicata, senza più fame, né sete, spariti anche i fastidi allo stomaco che avevo prima di salire. Alcune persone vestite in modo eccentrico danzavano nel vento con le cuffiette nelle orecchie facendo roteare strani aquiloni o girandole. Era il loro modo di comunicare con la Natura. Il mio è stato sedermi sul prato, a contatto con la Terra, immerso nel venticello armonioso che mi accarezzava il viso e suggeriva una pace irreale, con la mente libera ed il pensiero rivolto solo al Tor ed alla sua magia. Si dice che alcune persone abbiano incontrato le fate, lassù, o fantasmi dal passato. Si narra di persone che sono tornate da visite solitarie al Tor in stato confusionale, oppure sono state viste tornare dopo decine di anni, quando per loro erano passati appena dieci minuti. Per non parlare, poi, delle leggende attorno alle apparizioni di UFO ed ai rapimenti alieni su quel colle: la Rete è piena di letteratura sui misteri del Tor. Io non ho visto niente di tutto ciò, ma sono stato benissimo.

 

Il Chalice Well

Foto 6 - Il Chalice Well

 

Trascorso lassù un tempo adeguato, sono tornato giù per la parte opposta, raggiungendo in breve l’ultima tappa del mio itinerario, i “Chalice Gardens”, dove si trova il famoso “Chalice Well”, il pozzo in cui, si dice sgorga la sorgente nata dopo che Giuseppe d’Arimatea vi aveva nascosto il Graal. L’acqua sorgiva ha un colore rossastro (associato al sangue di Cristo) per l’alto contenuto di minerali ferrosi, ed in certi periodi dell’anno il rumore del fiotto che sgorga ricorda quello di un cuore che batte. Ne ho bevuta, come tutti, e tra qualche secolo vi saprò dire se essa dona davvero l’eterna giovinezza come narrano le leggende! I Giardini sono un posto di assoluta meditazione. Ai visitatori è richiesto di mantenere il più stretto silenzio, ed anche questo è stato meraviglioso. Quante volte avevo visto il pozzo, ed il suo coperchio di quercia su cui spicca vistosa la “viscica piscis”, in televisione? Ma dal vivo, a pochi centimetri di distanza, è davvero emozionante…

 

La Cattedrale di Wells

Foto 7 - La Cattedrale di Wells


C’era un’altra chiesa interessante da visitare a Glastonbury, quella di San Benedetto, ma essendo ancora relativamente presto, ho deciso di riprendere subito l’autobus del ritorno e di fermarmi a metà strada a Wells, per visitarne la famosa Cattedrale. Le cattedrali medievali inglesi hanno tutte più o meno lo stesso stile, romanico-gotico, con ampie vetrate colorate, e ricche decorazioni all’interno, con il coro ligneo al centro della navata principale. Sono belle, ma se le fanno pagare bene (dalle 5 alle 10 sterline, ovvero 8-15 euro) e raramente si ha il permesso di fotografare. Qui, a Wells, il permesso era concesso a patto di acquistare i diritti fotografici (3 £). L’ho fatto, ed ho foto molto belle, ma non ho trovato nessun simbolismo di spicco, se non una scacchiera sui sedili in pietra della sala capitolare ed una serie di Sigilli di Salomone graffiti lungo tutto un lato del muretto del chiostro (autentici???). Ero solo al primo giorno di visite, e già mi ritenevo soddisfatto...

 

 

Ven. 10/8/07

 

La Cattedrale di Gloucester

Foto 8 - La Cattedrale di Gloucester

 

Il giorno dopo, secondo la scaletta, mi dovevo trovare a Gloucester (che in inglese si pronuncia solamente "Gloster"), per una visita alla sua Cattedrale, dove sapevo si doveva trovare, da qualche parte, una Triplice Cinta. Ho trovato molto più di quanto sperassi. Il chiostro di Gloucester è uno dei più belli d’Inghilterra, tutto invetriato. I pochi altri turisti del giorno mi avranno preso per pazzo: appena messo piede nel chiostro, infatti, non mi sono messo subito ad ammirare le vetrate come tutti, ma mi hanno visto a testa bassa scrutare i sedili che corrono tutto attorno. Ero un po’ avvilito, però, perché di Cinte non ne avevo avvistate. Eppure nei miei appunti ce l’avevo! Mi sono seduto, ho controllato il fascicolo che avevo stampato. Sì, non c’erano dubbi, doveva trovarsi lì. Mi sono alzato, mi sono girato per riprendere lo zaino... e la Triplice Cinta era lì! Mi ci ero seduto sopra!!!! Insieme a tanti altri schemi di gioco (simboli del Centro Sacro ed altri derivati). Sì, qui sembravano proprio messi lì per giocare, ma se avessero avuto anche una duplice valenza?

 

 

Triplice Cinta nel chiostro
Nodo di Salomone tra le vetrate
Foto 9 - Una delle Triplici Cinte nel chiostro
Foto 10 - Nodo di Salomone tra le vetrate

 

 

Finalmente anch’io, al terzo o quarto giro del chiostro, mi sono messo a scrutare le vetrate. Molto interessanti, con soggetti simbolici e simboli stessi, come due splendidi Nodi di Salomone finemente istoriati in vetro colorato. Ne ho fotografati molti. Nell’ultimo giro, guardando le pareti, mi salta all’occhio una lapide che mai avrei immaginato di trovare là. Una commemorazione ai caduti della Prima Guerra Mondiale, ma tutti esponenti della Massoneria. Con tanto di squadra, compasso ed altri simboli correlati. Ah, però! Caso strano, a breve distanza dalla Triplice Cinta! Mi giro, e vado a vedere le vetrate che si trovavano proprio di fronte a quella lapide (tra l’altro curiosamente le vetrate istoriate, così come le Cinte e gli altri schemi di gioco, si trovano solo in quel lato del chiostro). Che cosa si trova? Vetrate simboliche con tanto di simboli massonici alla base, messe come firme!

 

 

Lapide massonica nel chiostro
Firme massoniche sulle vetrate
Foto 11 - Lapide massonica nel chiostro
Foto 12 - Firme massoniche sulle vetrate

 


Molte maestranze massoniche, ho scoperto poi, hanno lavorato alla cattedrale, specialmente negli ultimi tempi. Un recente lavoro di copertura di un angolo esterno del chiostro, con archetti e pinnacoli, è stato affidato a maestri massoni, con libertà di scelta dei temi. Ed ecco perché quei pinnacoli mi erano sembrati tanto strani, e già prima di sapere che erano simboli massonici, li avevo fotografati uno ad uno tanto erano strani. C’era ancora una cosa da vedere nella Cattedrale di Gloucester, e che ancora non avevo trovato. Una pletora di Green Men nascosti nei punti più strani, e piccole firme segrete in forma di figure strane nascoste tra le decorazioni. Ma dove si trovavano? Impossibile vederle, secondo me, senza una guida adeguata. Per questo, recatomi nel negozio interno della cattedrale ho comprato prima un volumetto sul Green Man come simbolo, molto interessante. Poi una mappa delle stranezze della cattedrale, con la quale ho ripercorso daccapo tutto il tragitto fatto nella mattinata, e non solo il chiostro. Ne ho trovati e fotografati tutti quelli che potevo (nel frattempo era cominciata la messa ed alcune aree erano state chiuse alle visite). Prima di andare via, definitivamente, dal chiostro, sono andato al confine della zona chiusa (un lato del chiostro era interdetto ai visitatori perché riservato agli artisti del “Three Choirs Festival”, che quest’anno era ospitato a Gloucester) per vedere se avvistavo qualcosa dalla ringhiera. E proprio là, sulla divisione, ho scoperto un’altra Triplice Cinta! Tante altre cose ho visto nella cattedrale, ma non è il caso di dilungarsi oltre...

 

Sepolcro in St. Mary Redcliffe

Foto 13 - Sepolcro in St. Mary Redcliffe

 

Era ancora presto, così tornato a Bristol, sono andato a visitare una delle due più importanti chiese medievali, St. Mary Redcliffe, la più vicina alla stazione. Tanti simboli anche qui, da altri Geen Man fino allo strano sepolcro di un abate sul cui fianco apparivano dei singolari “quatre-de-chiffre” che poco avevano di religioso...

 

 

Sab. 11/8/07

 

 

St. Mary's Church in Templecombe
Il dipinto templare
Foto 14 - St. Mary’s Church in Templecombe

Foto 15 - Il dipinto templare

 

 

Templecombe è una di quelle mete che un normale turista, specie al suo primo viaggio in Inghilterra, non si sognerebbe nemmeno di andare a vedere. È invece un posto molto interessante per chi è appassionato di misteri templari. Templecombe è un paese piccolino, di quelli di provincia, con quattro case, una chiesa ed è già tanto che disponesse di una fermata della ferrovia. La piccola Chiesa di S. Maria (St. Mary’s Church) fu costruita dai Cavalieri Templari, ed oggi è ancora chiesa parrocchiale del paese. Quando sono arrivato io, di mattina presto, la chiesa era ancora deserta. Non sembrava vero: avevo una chiesa templare da esplorare tutta per me!

 

Alla fine del secolo scorso in una delle case circostanti, precedentemente proprietà dell’abate del Tempio, una serva scoprì dietro un pannello segreto sotto la tettoia, un dipinto su legno raffigurante un volto di Gesù molto rassomigliante alla Sindone. La datazione al radiocarbonio non ha dato dubbi: XIII sec., quindi Templare. I Templari hanno posseduto la Sindone? Questo già si sapeva, ma questo ritrovamento lo conferma. Era questa la famosa “testa” che essi professarono di adorare, il Baphomet? E, soprattutto, perché tenerla nascosta? Perché il Volto raffigurato nel dipinto non ha l’aureola, come doveva essere nei canoni rappresentativi dell’epoca? Negazione della Divinità di Cristo? Certo un buon motivo per nasconderla sotto le assi del tetto, invece che esporla tranquillamente. Il dipinto oggi è esposto nella chiesa, e l’ho studiato e fotografato per bene. Ci sono una serie di articoli disponibili pagando una piccola offerta, che spiegano a fondo la vicenda del dipinto e la storia della chiesa. La storia approfondita sarà pubblicata su questo sito a tempo debito. Prima di andare via, ho sollevato un tappeto per caso scoprendo l’ingresso di una cripta sotterranea chiusa da una grata. La grata era bloccata, ma chissà che cosa vi si celava al di sotto...

 

 

La Cattedrale di Salisbury
La Triplice Cinta nel chiostro
Foto 16 - La Cattedrale di Salisbury
Foto 17 - La Triplice Cinta nel chiostro


Nel pomeriggio, invece, sono stato a Salisbury, per visitare la Cattedrale, la più grande d’Inghilterra, che vanta numerosi altri primati. Molto bella, ma a me ha interessato soprattutto per il chiostro, dove sapevo esserci altre Triplici Cinte. Un’attenta ricerca, e ne ho trovate ben tre, con altri schemi di gioco tra cui uno inedito di forma rombica. Scrutando tra le lapidi alle pareti, ecco anche qui spuntarne una molto strana con dei simboli più esoterici che religiosi. Era dedicata ad un maestro definito “mason of the cathedral”. “Mason”, in inglese, significa muratore, ma anche massone. Massoneria anche qui? Non c’erano altri segni, squadre, compassi come a Gloucester. Ma ho notato una curiosa anomalia. Tutti gli archetti del chiostro culminavano in un piccolo rosone la cui forma centrale era un esagono, tranne uno, quello sopra la suddetta lapide, che era pentagonale. Un caso?


Prima di andare via sono andato ad interpellare una delle guide per chiederle dove potessi trovare dei Green Men, e me ne ha indicato qualcuno, insieme ad altre strane faccine nascoste alla base di un gruppo di colonne, e solo quelle, delle centinaia presenti nella chiesa.

 


Dom. 12/8/07

 

Stonehenge: il circolo di pietre
Foto 18 - Il circolo di pietre di Stonehenge

 

L’ultimo giorno nel sud l’ho dedicato ad una meta classica ma non meno importante: Stonehenge. Un'ardua impresa raggiungerla, perché la domenica viaggiare sui mezzi pubblici in Inghilterra, soprattutto sui treni, è un’odissea. Ma alla fine, c’ero. Bellissimo, credo che non ci sia neanche bisogno di descriverlo. Però c’era tanta gente, ed il posto è molto turistico. Niente a che vedere con la magia di Glastonbury. Audioguide, le foto classiche, impossibilità di raggiungere l’interno delle pietre (anche giusto, visto i precedenti atti di vandalismo). E negozietti con magliette, tazze, portapenne e quant’altro. La Magia, in questo caso, viene offuscata dalla folla vociante e chiassosa, dai trilli dei cellulari e dagli immancabili turisti che si mettono in posa facendo finta di spingere gli enormi massi in un gioco di prospettive... Il pensiero, però, corre immancabilmente al principale mistero di questo luogo: come hanno fatto le enormi pietre monolitiche a giungere fin qui, dato che la loro provenienza è sicuramente più lontana? Molte leggende diverse, che vi sia implicato il Mago Merlino o meno, alludono all'arrivo in volo: un particolare, questo, che farebbe pensare allo sfruttamento delle potenti energie telluriche che da sempre pervadono questi luoghi. Il circolo di Stonehenge, al pari dei non troppo lontani siti di Avebury e Silbury Hill giacciono in alcuni dei più potenti punti d'incrocio delle ley lines d'Europa.

 

Parte II - Londra

 

 

 

Lun. 13/8/07


Bristol: interno della Temple Church

Foto 19 - Interno della Temple Church di Bristol

 

Rinunciando a vedere la Cattedrale di Bristol, per non togliere troppo tempo alla visita di Londra, sono andato a dare un ultimo sguardo dalle finestre della “Temple Church”, che avevo trovato sempre chiusa. Dalle ampie finestre della chiesa ormai diroccata si potevano scorgere le tracce circolari delle fondamenta dell'antica chiesa templare, recentemente portate alla luce. Qualche ultima foto di giorno, e poi mi sono rimesso in viaggio, pronto ad affrontare l'impegnativa visita di Londra.

 

 

Dragone alato nella City

Il ponte di Blackfriars

Foto 21 - Il ponte di Blackfriars

Foto 20 - Il dragone alato, simbolo della City

 


Che l’atmosfera, nella capitale, era tutt’altra l’ho capito subito, e non solo per le nuvole grigie che minacciavano pioggia dal primo momento in cui sono arrivato. Una volta sistemato il bagaglio in albergo, situato non troppo lontano dalla zona del "Tower Bridge", invece di tuffarmi subito nella Londra classica, sono partito per il cuore della City, ex Quartiere del Tempio, ed oggi centro occulto di potere, della finanza, della Giustizia e dell’esoterismo. Le cose principali si trovano tutte qui, compresa la Freemason’s Hall. Simbolismo occulto ovunque nella città, a partire dallo stemma stesso della City, un dragone alato che sorregge uno scudo rosso-crociato, ostentato ovunque; emblemi massonici e pagani occultati nei fregi dei palazzi, sugli architravi delle porte, sui monumenti e perfino nelle fogge dei lampioni e delle fontane. Appena uscito dalla metropolitana, su un palo, ho notato un piccolo adesivo che riproduceva l’Occhio-che-tutto-vede, simbolo degli Illuminati, e la scritta “OBEY”, cioè “Obbedisci”. Sfortunatamente non eravamo sul set del film "Essi vivono" (1988), ma in un luogo reale: si tratta di persuasione occulta a livello subliminale, della peggiore razza, o di semplici burloni?

 

 

Ingresso della Temple Church
La statua dei Templari

 

Foto 22 - Ingresso della Temple Church

Foto 23 - La statua dei Cavalieri Templari


Sono giunto, dopo un breve viaggio in metropolitana, nella zona detta Blackfriars, dove nel medioevo imperavano i frati domenicani dalla tetra casacca nera (donde il nome). Dopo aver immortalato il famoso ponte ferroviario, legato agli intrighi mai completamente risolti del caso Calvi, mi sono diretto a piedi verso la Temple Church, dove spicca su una colonna la statua di due cavalieri su un solo cavallo, rappresentazione tridimensionale del sigillo Templare. A causa di lavori di restauro, per tutto il mese la chiesa sarebbe rimasta chiusa. Ho dovuto rinunciare, a malincuore, alla visita dell’interno, dove i famosi nove sepolcri sarebbero stati molto interessanti, e limitarmi a qualche blando simbolismo sul portale d’ingresso. Fuori, gruppetti sparuti di turisti che leggevano distratti dei volantini che si richiamavano al "Codice da Vinci" di Dan Brown.


L'Abbazia di Westminster
The Monument
Foto 24 - Westminster Abbey
Foto 25 - The Monument

 

 

La meta successiva è stata Westminster Abbey, che però mi ha deluso, per vari motivi: 1) l’esorbitante prezzo del biglietto d’ingresso (10 £ = 15 €); 2) la visita rapida, caotica, intasata di gente e a percorso forzato degli interni, con divieto assoluto di scattare fotografie; 3) l’assenza della Triplice Cinta, che pure in più punti, su Internet, avevo letto esserci. Ho fatto e rifatto il giro del chiostro decine di volte, chiesto informazioni a preti, baristi ed a tutte le guide che mi sono capitate a tiro. Nessuno sembrava saperne nulla. Alla fine, si nota solo tanto simbolismo occulto all’interno che poco aveva a che fare con la chiesa, ma qui, nella City, è così. L'architetto che ha progettato la chiesa, Wren, doveva essere sicuramente un massone o comunque un esperto di simbolismi... Uno dei suoi famosi monumenti londinesi, chiamato, appunto, “The Monument”, che ho visto il penultimo giorno, commemorava le vittime del Grande Incendio del 1666. Ebbene, non era altro che una lunga colonna con una fiamma sopra, uno dei tanti simboli tipici dei Massoni e degli Illuminati.

 

Il Cleopatra's Needle

Foto 26 - Il Cleopatra's Needle


Da camminatore instancabile, nello stesso giorno ho visto anche l’obelisco egizio (il Cleopatra’s Needle), posto tra due Sfingi nere, Piccadilly Circus, Trafalgar Square, il Trocadero, Chinatown, l’elegante quartiere di Soho e, per concludere, i famosi Magazzini Harrods, soprattutto per vedere il mausoleo di Dodi e Diana nella Egyptian Hall del piano interrato, di cui avevo sentito parlare in molte teorie di complotto. Davanti alle fotografie dei due amanti, infatti, spicca una piramide nera dalla punta illuminata, in cui è incastonato uno dei calici con cui la coppia aveva scambiato l'ultimo brindisi, prima della loro tragica fine. Curiosamente, la piramide dalla punta illuminata è anche il simbolo occulto degli Illuminati: un caso? Per la cena, mi sono recato in un tipico pub inglese a Covent Garden.

 

 

Mausoleo di Dodi e Diana presso Harrods

Foto 27 - Mausoleo di Dodi e Diana presso i Magazzini Harrods

 

 

Mar. 14/8/07


Pentacolo nero in St. Paul's
Nodo di Salomone in St. Paul's
Foto 28 - Pentacolo nero in St. Paul’s Cathedral
Foto 29 - Nodo di Salomone nella cripta

 


Un’altra lunga giornata di giri: dapprima la Cattedrale di St. Paul, la cui immensa cupola, a quanto si dice, è seconda solo a quella di San Pietro in Vaticano (con l'unica differenza che a Roma la visita è gratuita e si può fotografare a volontà...). Anche qui un prezzo esorbitante per l’ingresso (però stavolta scontato grazie ad un carnet di buoni sconto arraffato tra i depliant esposti in albergo) e divieto assoluto di fotografie. Ho deciso di farmi i 454 scalini per giungere fino al punto più alto della cupola, dove si godeva la panoramica di tutta Londra. Sceso giù, ho trasgredito due volte, di nascosto, al divieto di fare foto. Una volta per il pavimento dell’abside, dove il ricordo delle vittime americane ed inglesi della Grande Guerra era immortalato da due sinistri pentacoli neri rovesciati, di certo suggestivi ma un po' fuori luogo in quello che doveva essere un ambiente, almeno in apparenza, religioso (ma c'è lo zampino di Wren anche qui). La seconda volta nella cripta, nella stanza del sepolcro dell’ammiraglio Nelson, sulla cui decorazione pavimentale figuravano dei bei Nodi di Salomone realizzati a mosaico (XIX sec.).

 

 

St. Augustine's Tower
La Freemason's Hall
Foto 30 - St. Augustine’s Tower
Foto 31 - La Freemason’s Hall


La meta seguente, un po' più difficile da raggiungere, è un’altra di quelle, diciamo così, per soli “addetti ai lavori”, la St. Augustine’s Tower, appartenente ad una precedente chiesa templare di cui oggi rimangono solo le fondamenta. Chiusa alle visite, purtroppo, come l'altro importante sito templare di questa città.


Tappa successiva, la chiesa di S. Bartolomeo il Grande, molto più bella delle grandi cattedrali viste prima, dai costi d’ingresso contenuti e libertà di fotografia. È una delle poche chiese normanne rimaste a Londra, originaria del 1123 ed ancora ben conservata.

 

Ritornato nel cuore della City, era giunto il momento di fare un salto all'interno della Freemason’s Hall, con le decoratissime sale interne, traboccanti di simbolismo ermetico. Si tratta del più grande ed importante tempio massonico d’Inghilterra, fino a poco tempo fa gelosamente chiuso ed accessibile solo agli adepti. Punto d'incontro per oltre 1000 logge, ospita nei suoi ambienti il quartier generale della Grande Loggia Unita d'Inghilterra, la più antica del mondo. Per la visita è necessaria una registrazione meticolosa dei propri dati, in seguito alla quale viene rilasciato un tesserino numerato. Ci sono cinque visite guidate al giorno, dal lunedì al venerdì, accompagnati da un “fratello muratore” che illustra i simbolismi principali. Meritevole soprattutto la visita alla Grande Sala del Tempio di Loggia, col classico pavimento a scacchi bianchi e neri, le colonne decorate ed il trono del Gran Maestro. Nell'attiguo Museo della Massoneria, è possibile ammirare una gran quantità di oggetti decorati con simbologia massonica, medaglie, spade, mobili e documenti vari.

 

 

Lo Sherlock Holmes' Museum
Foto 32 - Sherlock Holmes' Museum

 

Ho concluso la giornata con un salto a Baker Street, e la visita al Museo di Sherlock Holmes, nel famoso appartamento al numero 221/B. Non potevo mancare, da appassionato dei gialli di Sir Arthur Conan Doyle ed autore di qualche racconto apocrifo sul grande detective. Dopo un’ultima salutare passeggiata sotto la pioggerella in Hyde Park, sono andato a cenare in un altro tipico ristorante inglese a Covent Garden e poi sono tornato in albergo. Per fortuna non ho dimenticato di mettere in valigia un largo ombrello ed un K-Way, oggetti indispensabili in Inghilterra, al punto da trovarli anche nei distributori automatici a monete, tra lattine, succhi di frutta e merendine.

 

 

Mer. 15/8/07


Il Tower Bridge

Foto 33 - Il Tower Bridge

 

Ferragosto solo in Italia, ma giorno feriale come tutti gli altri nell'Inghilterra protestante, dove l’Assunzione di Maria non si festeggia. Terzo ed ultimo giorno intero a Londra, è stato dedicato in mattinata alla visita del Tower Bridge. È una visita che mi ha affascinato in modo particolare. Sarà per le imponenti torri vittoriane, o per le modalità con cui venne realizzato, con tecnologie all’avanguardia per l’epoca a cui risale (1894). L'ingresso comprende anche una visita all'originaria sala macchine in cui si trovano le grandi caldaie a carbone che alimentavano i motori a vapore, grazie ai quali era possibile il sollevamento del ponte. Oggi, invece, si utilizzano turbine a gasolio e la sala controllo è stata spostata in un altro sito più funzionale.


Nella stessa mattinata ho visitato la Cattedrale di Southwark, ma dopo aver riscontrato le stesse identiche caratteristiche di altre cattedrali inglesi, mi sono ripromesso che sarebbe stata l’ultima.

 

 

British Museum: il Teschio di Cristallo

Foto 34 - Il Teschio di Cristallo

British Museum: Moai dell'Isola di Pasqua

Foto 35 - Moai dell'Isola di Pasqua

 

Infatti, il pomeriggio intero l’ho dedicato ai musei. Il British Museum, in primis, dove ho concentrato in due ore di visita le cose principali, che ho immortalato in foto: il famoso teschio di cristallo azteco, il Moai dell’Isola di Pasqua, i reperti Maya, l’antico Egitto con le mummie, le statue, gli obelischi, i sarcofagi e la Stele di Rosetta. Un po’ più di fretta la sala dei reperti greci e romani, ma ho visto dal vivo la statua di Mithra la cui foto avevo già inserito nel mio articolo sulla Chiesa di San Clemente e l’annesso mitreo a Roma. Infine una rapida visita alla Sala delle Religioni per vedere gli specchi magici di John Dee e le sue tavole magiche per l’evocazione degli spiriti.

 

 

Specchi magici di John Dee
Pietre per evocazioni di John Dee
Foto 36 - Gli specchi magici di John Dee
Foto 37 - Pietre per le evocazioni angeliche


A seguire , un’approfondita visita anche al Museo di Storia Naturale, dove nelle sale erano esposti ogni sorta di fauna animale, poi la spettacolare sala dei dinosauri, giganti ricostruiti con le ossa fossili. Rapidamente ho visto anche le altre sale: rettili, pesci, crostacei, insetti, mammiferi, uomini primitivi (tra cui lo scheletro di “Lucy”) e perfino una sala enorme dedicata ai minerali, con tutti i tipi conosciuti in esposizione, ed ai meteoriti. Poi sono arrivato all’ora di chiusura, e sono scappato per vedere se riuscivo a beccare l’ultimo ingresso anche al museo vicino, quello delle Scienze, ma invano.

 

 

Fossili di Ittiosauri
Scheletro fossile di Stegosauro
Foto 38 - Fossili di Ittiosauri
Foto 39 - Scheletro fossile di Stegosauro

 

 

Dopo un’infruttuosa visita ai Kensington Gardens, sono andato via, perché si era messo a piovere di brutto. Degna conclusione di serata (e di vacanza) con una cena allo “Sherlock Holmes’ Pub” di Charing Cross, ripieno di memorabilia legati al detective ed alle sue storie, con manifesti e foto originali dal set dei film dedicati al detective, e la ricostruzione fedele del suo studio in un’ala del ristorante. Menu strettamente a tema, e neanche troppo costoso, per giunta. Lauta cena e poi ritorno in albergo sotto la pioggia più torrenziale che avessi mai incontrato.

 

 

Gio. 16/8/07


La White Tower

Foto 40 - La White Tower interna alla Torre di Londra

 

Avevo ancora mezza giornata libera, perciò ho speso le ultime 16 sterline che mi rimanevano in tasca per l’ingresso alla Torre di Londra, dove ho ammirato i gioielli della Corona, armi ed armature medievali, cannoni e mortai, il palazzo medievale e le torri in cui vennero rinchiusi molti prigionieri, alcuni illustri, che hanno lasciato molti graffiti a testimonianza. Uno di questi aveva tracciato una complessa ruota magica; si trattava di un vescovo o un nobile accusato di stregoneria...

 


Ruota magica graffita nella Torre di Londra

Foto 41 - Ruota magica graffita nella Torre di Londra

 

Nelle sale interattive ho indossato i guanti placcati in ferro dell’epoca e provato a maneggiare le pesanti spade medievali: una delle tante attrazioni interattive che caratterizzano molti musei londinesi, come ho potuto notare, e che certamente suscitano più interesse dei tanti oggetti posti sotto vetro con un biglietto esplicativo piazzato accanto.
Tornato in albergo ho ripreso la pesante valigia e sono andato via. Tutto il pomeriggio è trascorso nel viaggio verso l’aeroporto e la lunga attesa del volo del ritorno, che mi ha riportato a Roma sul fare della sera.

Documentazione tratta da:

http://www.angolohermes.com/Speciali/Inghilterra/diario_2...

01/11/2008

Morti misteriose dei nemici dell'ordine

Morti misteriose dei nemici dell'ordine

La rapida successione dell'ultimo diretto re della dinastia dei Capetingi di Francia tra il 1314 e il 1328 ha portato molti a credere che la dinastia fosse maledetta, da cui il nome di "re maledetti" (rois maudits). Al trono di Francia infatti si susseguirono rapidamente i figli di Filippo: il regno di Luigi X durò solamente due anni, poiché morì ancora adolescente, lasciando la moglie incinta di colui che sarebbe diventato il re successivo, Giovanni I, ma il bambino visse solamente cinque giorni prima di morire, probabilmente avvelenato. Il trono passò allora ad un altro dei figli di Filippo IV, Filippo V, che fu incoronato all'età di 23 anni, ma morì solamente sei anni dopo. Dato che non aveva figli, il trono passò al fratello, Carlo IV, ma morì anche lui dopo sei anni senza alcun erede maschio, estinguendo così la dinastia capetingia.

La leggenda vuole che Jacques de Molay, ultimo gran maestro dell'Ordine, mentre giaceva sulla pira, avesse maledetto il re Filippo e addirittura papa Clemente V, affermando che presto sarebbero comparsi davanti al giudizio di Dio. Papa Clemente in effetti morì un mese dopo di dissenteria e Filippo il Bello fu stroncato nel dicembre successivo dalle conseguenze di una caduta da cavallo, un incidente di caccia.

I commentatori dell'epoca, compiaciuti da un simile sviluppo della vicenda, riportavano spesso questa storia nelle loro cronache. Poiché, inoltre, sempre al momento della morte sul rogo, Jacques de Molay avrebbe dannato la casa di Francia "fino alla tredicesima generazione", in tempi più recenti si è diffusa la leggenda secondo cui l'esecuzione di Luigi XVI durante la Rivoluzione francese - che pose fine in qualche modo alla monarchia assoluta in Francia - sarebbe stata il coronamento della vendetta dei templari (alcuni storici sensazionalisti dell'epoca riportarono la notizia che il boia Charles-Henri Sanson, prima di calare la ghigliottina sulla testa del sovrano, gli avrebbe mormorato: «Io sono un Templare, e sono qui per portare a compimento la vendetta di Jacques de Molay»).

Reliquie

Reliquie 

Altre leggende di moderna invenzione sostengono che il Santo Graal, o Sangreal, fu trovato dai Templari e portato in Scozia durante la soppressione dell'ordine nel 1307, e che si troverebbe ancora lì, sepolto nella Cappella di Rosslyn. Altre recenti "scoperte" sostengono invece che il Santo Graal fu portato nella Spagna settentrionale, sotto la protezione dei Cavalieri templari.

Altre fonti sostengono invece che i Templari avessero scoperto i segreti dei Massoni che avevano costruito il primo ed il secondo tempio sul Monte del Tempio, oltre ad aver scoperto che l'Arca dell'Alleanza era stata portata in Etiopia prima della distruzione del Primo Tempio.Si fa allusione a tutto ciò nelle incisioni nella Cattedrale di Chartres, si noti che l'edificio porta le influenze di Bernardo di Chiaravalle, patrono dell'ordine. Sono state suggerite ulteriori connessioni sia sulla ricerca dell'Arca che sulla scoperta dei segreti dei massoni per l'esistenza della chiesa monolitica di San Giorgio (Bet Giorgis) a Lalibela in Etiopia; la chiesa effettivamente esiste, ma non risulta costruita dai Templari.

Alcuni ricercatori come Hugh J. Schonfield e altri marginali argomentano che i Cavalieri templari avrebbero potuto trovare il tesoro a cui farebbe riferimento l'enigmatico rotolo di rame degli Esseni di Qumran nei cunicoli nei pressi del Monte del Tempio. Essi suggeriscono che ciò potrebbe spiegare una delle imputazioni di eresia che sarebbero state poi usate contro i Cavalieri dagli inquisitori medioevali.

30/10/2008

Il terribile segreto di Rennes le Chateau

Gerusalemme, Anno del Signore 1160. Quartier generale dell'Ordine dei Cavalieri Templari, sulla spianata di Al-Aqsa (vedi foto 1), dove sorgeva il Tempio di Salomone. E' notte, mentre le sentinelle sono sempre all'erta, le torce rischiarano con la loro luce rossastra i vari camminamenti ed i corridoi interni del palazzo fortificato. L'ora è tarda, e quei corridoi di solito sono deserti. Ma quella notte non era così: si udiva un ritmico e regolare rumore di passi, ma non frettolosi, piuttosto sembravano passi di qualcuno che stesse passeggiando avanti e indietro. E così era. Nella grande stanza dove avvenivano le riunioni, riservata agli Ufficiali, il Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Bertrand de Blanchefort, misurava a grandi passi, avanti e indietro, il pavimento di pietra, con aria insieme pensosa e preoccupata. Non era solo: con lui, il Maresciallo del Tempio, Alain de Montdidier. Il Gran Maestro sembrava avesse grossi pensieri: le mani dietro la schiena, espressione assorta. Il Maresciallo del Tempio non era meno preoccupato: aveva un piccolo pugnale tra le mani che agitava nervosamente. Ma cosa stava succedendo? Forse la preparazione ad una battaglia imminente? Forse l'ansia di un prossimo attacco musulmano? No… niente di tutto questo. Ad un tratto, il Gran Maestro aprì un piccolo scrigno dal quale prese una chiave e fece cenno al suo Maresciallo di seguirlo. I due si incamminarono silenziosamente verso la parte più nascosta del quartier generale, presero ognuno una torcia e scesero una scala a chiocciola di pietra che portava nel sottosuolo. Dopo diversi giri viziosi seguendo alcuni corridoi sotterranei, i due arrivarono davanti ad una pesante porta di legno, che era sorvegliata da due uomini armati. Ad un gesto del Gran Maestro, le sentinelle si spostarono, e lui infilò così la chiave nella toppa: diede ordine ai due armati di allontanarsi, quindi fece fare due giri alla chiave e la pesante porta di legno si aprì. Il Gran Maestro ed il suo Maresciallo entrarono, richiudendo la porta dietro di loro. Usando le loro torce, accesero quelle che erano sui muri di questa stanza sotterranea; quando la luce dissolse le tenebre, apparì ai loro occhi il più grande tesoro di tutti i tempi: suppellettili, vasi d'oro e di bronzo, pezzi di colonne e trabeazioni, ma soprattutto tanti, tantissimi documenti, in papiro o in fogli di rame, antichissimi. Ma c'era dell'altro in quella grande stanza, qualcosa che era di capitale importanza per le religioni del luogo e che aveva fatto la storia del mondo: la Sacra Sindone, contenuta in una scatola di legno di cedro finemente lavorata a mano; l'Arca dell'Alleanza, con i suoi cherubini d'oro sul coperchio; la Menorah, il candeliere a sette braccia completamente in oro, simbolo principe della religione ebraica; il Graal, la coppa dove Gesù Cristo bevve durante l'Ultima Cena e dove Giuseppe d'Arimatea raccolse, non facendolo però apposta, il sangue di Gesù morente; la Vera Croce, lo strumento di morte a cui fu affisso Gesù. Ma come i Templari erano giunti in possesso di queste reliquie così importanti? Erano oltre trent'anni che i cavalieri dal bianco mantello avevano intrapreso ricerche archeologiche, effettuando scavi importanti, proprio sotto al Tempio di Salomone, ritrovando nei sotterranei, più precisamente in una stanza segreta, detta "Sancta Sanctorum", ossia il Santo dei Santi, tutte le reliquie che erano state poi portate in quella stanza. Perciò, quello che era racchiuso là dentro aveva un valore immenso, più di qualsiasi tesoro al mondo. Il Gran Maestro era consapevole di questo, e si rendeva anche conto che tali reliquie, se fossero cadute in mano ai musulmani, sarebbero state distrutte, ma che ugualmente, se fossero state preda degli ebrei, non avrebbero avuto miglior sorte. Da qui la sua grande preoccupazione e quella del suo fido Maresciallo, amico di mille battaglie sugli ardenti deserti della Palestina. In quel periodo, Gerusalemme era continuamente sotto attacco musulmano, e più di una volta i soldati islamici si erano pericolosamente avvicinati, con le loro pattuglie, al quartier generale templare. Quindi, per evitare problemi, come fare a portare in salvo quelle reliquie di vitale importanza, soprattutto per la cristianità? All'improvviso, la soluzione illuminò gli occhi di Bertrand de Blanchefort: l'unica cosa da fare, seppure pericolosa, era di portare in Europa tutto. Così, dopo un rapido consulto con il suo Maresciallo, fu deciso di trasportare in Europa, per nave, tutto ciò che era possibile portare via, per sottrarlo così alla furia islamica e per poter mettere a disposizione e all'adorazione di tutti i fedeli cristiani queste reliquie, trovate e rimosse con tanta fatica e con immenso amore. Si era deciso di non trasportare le reliquie via terra, per evitare eventuali attacchi sia delle truppe islamiche, sia di bande di briganti che infestavano le zone intorno a Gerusalemme. Il porto d'imbarco delle reliquie sarebbe stato San Giovanni d'Acri. Così, su dei carri, scortati dai migliori cavalieri del Tempio, furono caricate queste reliquie, assieme ad una consistente parte del Tesoro del Tempio, che sarebbe servito in Europa per le spese di costruzione di edifici adatti alla conservazione delle reliquie. Le tecniche costruttive di tali edifici furono estratte dai tantissimi documenti trovati assieme alle reliquie, documenti in papiro di importanza capitale e sui quali erano scritti segreti di natura immensa. Caricate su una nave, assieme al Gran Maestro Bertrand de Blanchefort ed al suo Maresciallo, le reliquie presero la via dell'Europa, scortate da altre due navi del Tempio, cariche di uomini armati fino ai denti: la preoccupazione maggiore era data dai pirati saraceni, ma essi si tenevano sempre lontani dalle navi che battevano le bandiere dell'Ordine del Tempio, essi sapevano che erano praticamente inattaccabili. Ma la prudenza faceva parte delle virtù di ogni templare, quindi furono prese tutte le precauzioni necessarie. L'unica reliquia che non fu caricata e portata via, fu la Vera Croce, in quanto fu deciso di trasportarla in un secondo tempo, ed anche perché troppo grande e troppo vistosa, e certo non si poteva smontarla, sarebbe stato sacrilegio. Questo fu un errore, perché la Vera Croce non venne più trasportata in Europa e, molti anni più tardi, sarebbe stata distrutta da Saladino. Queste navi, dopo una lunga traversata, arrivarono in Francia, per la precisione in Provenza, nel porto di Marsiglia, dove vennero caricate nottetempo su altri carri fatti venire appositamente dalla Precettoria Templare di Marsiglia. Forse sarebbe stato logico portare le reliquie a Parigi, alla Precettoria Generale dell'Ordine del Tempio, ma il Gran Maestro, con mossa saggia, decise di non farlo. Questo perché un tesoro simile poteva far gola a chiunque, e sarebbe stato ben difficile poi poterlo proteggere adeguatamente. Betrand de Blanchefort pensò allora che la cosa migliore era trasportare questo tesoro nelle sue terre, o meglio nel suo feudo, nel sud della Francia, in Linguadoca, quasi al confine con la Spagna, davanti ai Pirenei. E così fece. Tutto quello che i carri trasportavano fu scaricato nel suo castello, a poca distanza da Rennes-Les-Bains ed Arques. Esso impartì severissime disposizioni su come conservare e soprattutto nascondere le reliquie, ed anche dove, in posti conosciuti solo ai Templari e da poterci arrivare solo sapendo determinati codici ed altro ancora. Fatto ciò, Blanchefort tornò in Terrasanta, e da qui si perdono le tracce del favoloso tesoro religioso da esso riportato in Europa. Ma sempre da qui comincia il mistero, un mistero ancora insoluto, sul destino di queste reliquie: l'unica che è stata trovata e poi resa pubblica è la Sacra Sindone; delle altre, non vi è traccia, se non nei codici miniati dell'epoca che non dicono che fine abbiano fatto le altre cose. Ed assieme a queste reliquie, si dice che Blanchefort abbia riportato anche dell'altro dalla Terrasanta, qualcosa di talmente importante che ancor oggi, chi solo intuisce cosa sia, evita accuratamente di parlarne.

Proprio da qui, da quest'ultima cosa così importante, si inserisce un mistero ancora più fitto ed oscuro. Nel sud della Francia, quasi al confine con i Pirenei, nel dipartimento dell’Aude, precisamente nella regione della Linguadoca, ad appena 30 Km. a sud di Carcassonne, si erge una collina abbastanza elevata, sulla quale è abbarbicato un minuscolo paese, di poche case e poche anime. Questo paesino si chiama Rennes-Le-Chateau (vedi foto 2). Questo paesino faceva parte del feudo dei Blanchefort, che avevano il loro castello a pochi chilometri; ma nelle frazioni vicine, la famiglia Blanchefort aveva una serie di fabbricati e palazzetti. Intorno all'anno 1780, era abate di Rennes-Le-Chateau un tale Antoine Bigou, che curava anche la parrocchia del piccolo paese sottostante, Couiza. Un giorno, esso fu chiamato d'urgenza al palazzetto di Maria d'Arles Haupoul, dama di Blanchefort, ultima discendente diretta del Gran Maestro dei Cavalieri Templari, perché gli venne detto che la marchesa era in punto di morte. Bigou si precipitò dalla marchesa, ma essa non era ancora in condizioni critiche, anche se gravi. Allora Bigou si meravigliò, ma la marchesa gli disse che lo aveva convocato perché doveva confidare a lui un segreto, segreto che prima di lui conoscevano soltanto alcuni membri della famiglia Blanchefort e gli altri preti alternatisi a Rennes-Le-Chateau, segreto che tutti si erano portati nella tomba. Il segreto che la marchesa rivelò a Bigou doveva essere terribile, in quanto per un buon periodo di tempo, il prete fu visto "parlare da solo". Quindi, arrivò il tempo della morte della marchesa di Blanchefort, il 17 gennaio 1781. Con grande meraviglia, invece di essere sepolta nella cripta di famiglia, che è nella chiesa di Rennes-Le-Chateau, la marchesa venne tumulata in una tomba nel cimitero esterno alla chiesa, sotto alla torre campanaria, e in una tomba con iscrizioni assai strane, che vedremo tra poco. Passa ora un bel po' di tempo, e verso la fine del 1800, un sacerdote, tale Berengèr Saunière (vedi foto 3), di umili origini contadine, era parroco nella piccola cittadina di Arques, poco lontano da Rennes-Le-Chateau. Essendo deceduto il prete in quest’ultimo paese, Saunière viene trasferito dall’autorità ecclesiastica a Rennes-Le-Chateau, ma chiede e ottiene di poter continuare ad amministrare anche i suoi parrocchiani di Arques. Il prete era estremamente povero, ma molto motivato e voglioso di far bene il suo uffizio. Appena giunto a Rennes-Le-Chateau, Saunière si rese conto di aver a che fare con una realtà assai dura e con una assoluta povertà dei suoi nuovi e schivi parrocchiani. Il paese era piccolo ed assolutamente fuori da ogni traffico commerciale, ma era molto antico. Difatti, prima di assumere l’attuale nome, il paese era chiamato Haereda, ed era nientemeno che una roccaforte dei Visigoti, i barbari di Francia. La piccola chiesa del paese (vedi foto 4), risalente al X secolo, fatta costruire da Dagoberto II, era in condizioni assolutamente pietose, ed aveva bisogno di urgenti restauri. Non avendo certo il vescovado la possibilità economica per far fronte ai lavori, Saunière cercò attraverso diverse collette dei suoi parrocchiani e mettendoci anche denaro suo di avere una somma iniziale per far dare almeno il via ai lavori di restauro della chiesa. Riuscì nell’intento, ed i lavori poterono così iniziare. Vennero smantellate alcune pareti per rifarle e venne smontato il tetto. I lavori fervevano alacremente, ed il prete era assai contento di come procedeva il restauro delle varie parti. Ma il momento che doveva sconvolgere la vita di Saunière (e non solo la sua) arrivò quando l’attenzione del prete e dei suoi operai si rivolse verso l’altare maggiore della chiesa, una lastra di marmo del XII secolo posta su una colonna di base di altrettanta vetustà. Quando Saunière diede ordine agli operai di rimuovere la lastra di marmo, si accorse che la colonna di base (vedi foto 5) non era piena, ma cava, e che l’interno di essa non era vuoto. Avvicinatosi, Saunière trovò con sua somma sorpresa alcuni piccoli e lunghi contenitori cilindrici di legno, stretti e lunghi. Su ognuno di questi cilindri, era impressa la croce dell’Ordine del Cavalieri Templari, e le date del 1270 e 1274 ed i sigilli di Bianca di Castiglia. Il prete era ovviamente emozionato, anche perché aveva già sentito in giro alcuni racconti nei quali si favoleggiava dei cavalieri templari e di un tesoro nascosto in quella zona: ma stavolta non era una semplice storia, ora vi erano prove concrete. Raccolti con molta circospezione i cilindri, Saunière li portò nella sua canonica per esaminarne il contenuto, dopo aver rimosso con molta cura i sigilli dell’Ordine Templare e di Bianca di Castiglia. Sperava di trovare dentro i cilindri oro e gemme, che avrebbero portato ricchezza a lui ed a tutto il paese, il che avrebbe così consentito di terminare i lavori alla chiesa e di avere una vita un po’ più agiata, sia lui, che i suoi parrocchiani. Ma la delusione fu forte quando si accorse che dentro i cilindri di legno c’erano soltanto delle pergamene raggrinzite dal tempo, ma comunque ancora perfettamente leggibili, redatte in lingua latina, e nient’altro. La delusione fu ancora più forte quando si accorse che su una pergamena, particolarmente la prima (vedi foto 6), fosse solo scritto un passo del Vangelo, quello nel quale i farisei chiedono a Gesù lumi sul fatto che i discepoli mangiavano durante il sabato (lo "shabbat" ebraico). Anche questa pergamena era completamente redatta in latino. Ma una domanda iniziava a farsi strada nella mente di Saunière: se quelle pergamene contenevano soltanto brani del Vangelo, come sembrava, perché erano state chiuse in cilindri di legno e nascoste in una colonna cava di un altare? Allora non erano forse semplici pergamene? E se non lo erano, cosa stavano a significare? Esaminando meglio il documento, Saunière trasalì: aveva scoperto un segreto sulla pergamena, lo stesso che ora vi faremo vedere anche noi. Come detto, si può osservare che la pergamena, narra in lingua latina un passo del Vangelo di Luca. Ma quello che è sorprendente non è il contenuto della pergamena, cioè il racconto evangelico, ma come lo stesso è stato vergato sulla carta della pergamena! Se iniziamo una minuziosa analisi dalla seconda riga del racconto, noteremo che alcune lettere sono volutamente scritte più alte delle altre sulla riga immaginaria di scrittura. Per esempio, nella parola "sabbato", notiamo che la seconda "a" è rialzata rispetto alle altre lettere della parola stessa. In definitiva, è scritta "sabbato". Esaminiamo che anche la parola seguente è scritta "secundo", e dopo la parola "primo" c’è la "a" rialzata. Andando avanti così su tutto il documento, vediamo che queste lettere rialzate, posta una dietro l’altra, formano una sequela di lettere che sembrano non avere alcun significato, o almeno nessun senso logico : adagobertiiroietasionestcetresoretilestlamort. Abbiamo detto che sembrano senza senso, senza una successione logica, lessicale ed ortografica, ma se noi le scomponiamo arriveremo a leggere : A DAGOBERT II ROI ET A SION EST CE TRESOR ET IL EST LA MORT. E’ una frase francese, che significa "A DAGOBERTO II RE E A SION C’È IL TESORO, DOVE È LA MORTE". Saunière sobbalzò, e capì che aveva in mano qualcosa di grosso. Ma cosa? La mappa del tesoro dei templari? No, o almeno non sembrava. Forse l’indicazione di dove il tesoro era sepolto? O cos’altro? Così, il prete iniziò anni di dura decifrazione di queste pergamene, che dovevano poi portarlo molto più oltre di quanto lui stesso non avrebbe mai immaginato. Queste pergamene, soprattutto le uniche due giunte sino a noi, sono piene di segreti e di rivelazioni esoteriche. Osserviamo ora un particolare della pergamena, particolare che, chissà per quale recondito motivo, è sfuggito a moltissimi ricercatori, compreso Saunière, che non ha riportato nessun appunto su questo particolare, invece così interessante (vedi foto 7). Come si può vedere, sembrano due lettere, ed in effetti è proprio così.. Le lettere in questione sono una "P" ed una "S" dentro una specie di aura circolare. Cosa staranno a significare? La firma dell’autore della pergamena? Non lo crediamo, anche perché ritroveremo questo strano criptogramma da tutt’altra parte. La stessa parola "criptogramma" deriva dal greco, e significa in modo letterale "cryptos", cioè nascosto e "grammas" cioè "derivato da scrittura". Quindi è un codice, o qualcosa del genere. Potrebbe essere una specie di firma, con due iniziali, ed in effetti pensiamo sia proprio così. E' chiaro che dobbiamo considerare la lingua latina, od al massimo quella greca come base, per ricalcare l’intera pergamena. Allora, P come Prioratus ed ed ed S come Sion. Proprio così, il Priorato di Sion, organizzazione potente e segreta, che sembra ancora oggi esista. Ma ora riesaminiamo ancora la pergamena che finora abbiamo avuto sotto i nostri occhi (vedi foto 8). E' stupefacente. Osserviamo con molta attenzione la pergamena: abbiamo segnato alcune particolarità. La casellina in basso sta a mette in evidenza le quattro lettere della parola SION, cioè sempre Gerusalemme; la linea A-B, che passa attraverso due piccole croci, interseca le lettera S-I-O-N, cioè sempre SION, Gerusalemme. In basso a sinistra, c’è un’altra parola molto significativa, evidenziata dalla cornicetta: CUMERAN, cioè Qumran, il sito culla degli Esseni, il luogo dove sono stati ritrovati i rotoli del Mar Morto. "Esseno", in lingua arcaica, significa "santo". E la seconda pergamena (vedi foto 9) doveva riservare sorprese ancora più grosse: anch'essa contiene un passo del Vangelo, ma, fra una lettera e l'altra del testo ve ne sono alcune che non c'entrano nulla. Tutte queste lettere, unite insieme, non stanno ad indicare proprio nulla, né sono disposte in modo da formare una o più frasi come nel caso della prima pergamena, che abbiamo visto. Anche però a questo si è trovata la soluzione. Il messaggio della seconda pergamena, perché di messaggio si tratta, è crittografato, cioè nascosto, ed occorre quindi un codice di decrittazione per leggerlo. Tale codice è quello che si ricava da una tabella, detta tabella di Vigenere, alchimista del XIV secolo, il cui funzionamento non è semplicissimo, ed anche per questo, vi rimandiamo a fra poco tempo, quando nel nostro sito saranno aperte delle pagine specifiche per le decrittazioni. Fatto sta che alla fine, dalla decifrazione di questa pergamena, esce questa frase a dir poco enigmatica: "BERGERE PAS DE TENTATION QUE POUSSIN TENIERS GARDENT LA CLEF PAX DCLXXXI PAR LA CROIX ET LE CHEVAL DE DIEU J'ACHEVE CE DAEMON DE GARDIEN A MIDI POMMES BLEUES". E' ovviamente una frase in francese, che più o meno suona così: "Pastorella nessuna tentazione che Poussin Teniers tengono la chiave pace 681 per la croce questo cavallo di Dio finisco questo demonio di guardiano a mezzogiorno pomi blu". E' un'espressione a dir poco enigmatica, ma la soluzione, lampante, la vedremo poi. Dopo il rinvenimento delle pergamene, stranamente, Saunière cominciò ad avere a disposizione somme ingentissime, assolutamente in distonia con la vita di un povero prete di campagna. Questo denaro era sempre di più, sembrava inesauribile. Tanto che i lavori di restauro che Saunière aveva iniziato nella chiesa non solo furono rinvigoriti, ma divennero addirittura sfarzosi, quasi principeschi: cosa assai strana per una piccola parrocchia sperduta nelle brulle colline del sud della Francia, quasi al confine con i Pirenei. Per rendere meglio l’idea, immaginiamo di essere turisti non poi così sprovveduti, come noi abbiamo fatto, ed iniziamo il giro di visita della canonica e dintorni, con occhio attento. Arrivando al portale della chiesa, dedicata a Santa Maria Maddalena, alzando gli occhi, ci colpisce immediatamente un particolare macabro ed inquietante. Sull’architrave del piccolo portale si può leggere una frase non certo allegra: "Terribilis est locus iste". E’ una frase latina, che significa "questo è un luogo terribile" (vedi foto 10). Poco sopra la scritta, una raffigurazione di Maria Maddalena. Entrando in chiesa, sembra veramente di entrare in una specie di festival delle stranezze e delle cose insolite, almeno per una chiesa, e cercheremo di esaminare queste stranezze per dare loro una spiegazione logica, o che almeno si avvicini alla verità. Un particolare che chiamare insolito è veramente poco ci colpisce immediatamente: sulla sinistra, vi è una acquasantiera, molto ben fatta, ma la cosa strana è che la colonna che sorregge la conca in pietra che contiene l’acqua santa è…un diavolo (vedi foto 11). Già, proprio così, è un demonio, identificato come Asmodeus, di cui si racconta la leggenda nella quale il re Salomone, il "rex mundi", avendolo catturato, lo costrinse a fare da guardia, per sempre, all’oro ed alle ricchezze contenute nel Tempio di Gerusalemme. Chissà, forse Saunière voleva intendere questo con il "luogo terribile" cui accennava all’ingresso della chiesa? Comunque, il fatto certo è che una acquasantiera sorretta da un diavolo non è presente in nessun’altra chiesa cattolica o di altro culto in tutto il mondo. Sopra all’acquasantiera, vi sono quattro angeli (vedi foto 12), ed ognuno fa una parte del segno della croce, e sovrastano una frase scolpita, stavolta in lingua francese: "Par ce signe tu le vaincras", cioè "con questo segno lo vincerai". Una vittoria contro il diavolo, quindi. Ma ora che siamo arrivati in chiesa, osserviamola molto attentamente (vedi foto 13): è abbastanza piccola, con il soffitto di colore blu con dipinte delle stelle, e fino a qui tutto normale, ma osserviamo bene le pareti. Appunto lungo le pareti, vi è una originalissima Via Crucis, che particolare curioso, è posta in senso antiorario. Stranezza numero tre: nella citata Via Crucis, vi sono particolari curiosi, ed uno è nella III stazione, ove è raffigurato un negro, ed un altro, forse particolare ancora più curioso, è nella VIII stazione (vedi foto 14), dove si nota fra i personaggi un bimbo con un gonnellino scozzese ed una donna con veli da vedova. Volgendo il nostro sguardo in giro, notiamo che esistono nella chiesa alcune statue di santi, della Vergine, di Gesù, di S.Giovanni Battista e, da un lato, un bassorilievo che raffigura Maria Maddalena. Le statue raffigurano Santa Germana, San Rocco, Sant’Antonio da Padova, Sant’Antonio l’Eremita e San Luca. Sotto l'altare maggiore esiste un bassorilievo bellissimo che riproduce Maria Maddalena (vedi foto 15). La santa così controversa nelle cronache ecclesiastiche ed evangeliche è raffigurata in ginocchio, mentre prega davanti ad una croce. Entrando in chiesa, ci sono le statue di Gesù e di Giovanni Battista. La statua di Gesù guarda la pavimentazione della Chiesa, fatta in quel punto di 64 caselle bianche e nere, come appunto una scacchiera. Passiamo ora ad esaminare più concretamente queste stranezze, cercando di dar loro una spiegazione logica. La prima riguarda la presenza di un diavolo, e nientemeno che Asmodeus, nella chiesa. La spiegazione forse sta, come detto, nella vittoria contro il diavolo che il Re Salomone ebbe, costringendo, secondo la leggenda, lo stesso Asmodeus a far da guardiano al tesoro del Tempio di Salomone. Gli angeli sovrastanti indicano che con il segno della croce il diavolo verrà vinto, come in tempi antichi l’imperatore Costantino, primo imperatore cristiano nella storia di Roma, nella battaglia su Ponte Milvio contro Massenzio, vide la croce in cielo con scritto "In hoc signo vinces", cioè "con questo segno vincerai". Ma, per tornare ad Asmodeus, egli era guardiano del tesoro del Tempio a Gerusalemme, proprio dove erano poi acquartierati i Cavalieri Templari. Poi abbiamo visto la stranezza della Via Crucis, estremamente policroma e posta, a differenza delle altre chiese, in senso antiorario. Il perché, ed è una ragione prettamente religiosa, è presto spiegato: Saunière non ha fatto altro che ricalcare le orme degli antichi templari, che ponevano in quel modo le loro Via Crucis, in modo che si partisse da una parte della chiesa (la parete verso nord) che simboleggiava la mancanza di luce e la tenebra, fino ad arrivare, passando per la parete ovest, alla parete sud, ove il sole è più alto, e quindi dove c’è la maggior manifestazione di luce, perciò andare verso la luce. La stranezza della Via Crucis necessita di maggior attenzione: che ci fanno un negro, un bimbo vestito con un gonnellino scozzese ed una donna con veli da vedova nelle raffigurazioni della Via Crucis? La risposta è qui più articolata. Per ciò che riguarda il negro, la sua presenza è oscura, a meno che non si tratti della raffigurazione di uno degli apostoli, San Tommaso, che nei Vangeli gnostici di Nag-Hammadi (dalla località dove sono stati trovati) viene detto che era di pelle nera. Ma il bimbo e la vedova? Occorre sapere che Saunière era si un prete ma, da documenti storici inoppugnabili, si rileva che era anche un massone. Anche se le cose potevano sembrare antitetiche, questa è la verità. L’ineffabile parroco faceva parte della Loggia del Rito Scozzese Antico e Accettato (questo il nome), ed ecco spiegata la presenza di un bimbo con un gonnellino scozzese nella Via Crucis. Ma la vedova? Stessa risposta, infatti i massoni, soprattutto quelli che appartenevano alla Loggia Scozzese poc’anzi detta, amavano farsi chiamare "figli della vedova", ed ecco spiegata anche la presenza della donna in veli neri nella Via Crucis, che nulla ha a che vedere con le "pie donne" di evangelica memoria. La stranezza delle statue della chiesa, sta non tanto chi raffigurano, quanto come sono poste nella chiesa. Infatti, riportando la planimetria della chiesa (vedi foto 16), osserviamo la precisa disposizione delle statue. Disposte anch’esse in senso rigorosamente antiorario, sono: la statua di S.Germano, quindi quella di San Rocco, poi quella di S. Antonio Abate, poi quella di S. Antonio l’Eremita, e per ultima quella di S. Luca. Ora, unendole con un tratto di penna, viene fuori il pentacolo, noto a tutti gli esoteristi, ma non solo. Se noi uniamo tutte le iniziali dei santi, viene fuori la parola GRAAL. L’ultima stranezza di cui parleremo, è quella che riguarda il bassorilievo raffigurante la Maddalena (vedi foto 15). Lo stesso Saunière, che aveva una venerazione particolare per lei, eseguì gli ultimi ritocchi del bassorilievo. La Maddalena, detta anche Maria di Magdala, che viveva a Betania insieme alla sorella Marta ed al fratello Lazzaro, è ritratta in ginocchio, con accanto un teschio (raffigurazione tipica di Maria Maddalena), davanti ad una croce che però non è quella tradizionale, ma è ricavata da un albero, che esotericamente è fonte di vita, ma a parte il teschio accanto alla croce, che qui vuole simboleggiare il Golgota (monte del teschio)...è proprio il paesaggio sullo sfondo che sembra non c'entri assolutamente nulla con tutto il resto... Abbiamo già parlato di alcune delle particolarità o stranezze che dir si voglia della chiesa di Santa Maria Maddalena a Rennes-Le-Chateau, di cui Berenger Saunière era il curato, ma le abbiamo appena descritte e non in modo così preciso come meriterebbero. A nostro modesto avviso, riteniamo che prima ancora di parlare dell'annesso cimitero, per capire meglio come stanno le cose, sia il caso di tornare ad esaminare meglio l'interno della chiesa per focalizzare alcuni punti, che ci aiuteranno senz'altro a farci poi capire il senso di altre curiosità di questo luogo incredibile. Pensiamo che un posto importante lo rivestano le statue dei santi raffigurati nelle navate. Come abbiamo detto, oltre alle statue di Gesù con Giovanni Battista, ci sono quelle di Santa Germana, Santa Maria Maddalena, Sant'Antonio da Padova, Sant'Antonio l'Eremita, San Rocco e San Luca. Come detto, nella chiesa ci sono ben tre raffigurazioni diverse della Maddalena, il che fa già pensare qualcosa di strano, tanti richiami alla stessa santa in un luogo così piccolo. Nella statua in esame (vedi foto 17) vediamo che la santa è raffigurata con una croce che essa regge con il braccio destro, mentre nella mano sinistra regge un'anfora. Ai suoi piedi, ovviamente un teschio. Il motivo del teschio è ricorrente in tutte le raffigurazioni della Maddalena, sia in quelle scultoree che pittoriche. E' un palese richiamo al Calvario, il Monte della Crocifissione, che in ebraico si chiama "Golgota" che significa "monte del teschio". Ma è anche un monito ed un richiamo al mistero della morte. Una curiosità della statua della Maddalena è l'anfora che essa regge nella mano sinistra. Sembrerebbe non entrarci nulla con la sua figura di peccatrice redenta da Gesù, ma poi dai Vangeli apprendiamo che essa portò gli unguenti per cospargere il corpo di Gesù in un'anfora, simbolo che sta anche a significare vita e resurrezione. Come detto, le statue nella chiesa sono comunque tutte assai belle e policrome, come è policroma la Via Crucis... ma tutta la chiesa presenta delle curiosità che con un occhio attento, possiamo ben vedere. Ad esempio, a sud vi sono delle vetrate con raffigurate tre mele di un colore assolutamente inusuale, in quanto sono blu. L'abside della chiesa, posto rigorosamente ad est come tutte le chiese che hanno a che fare con i templari, nel soffitto è decorato con stelle su un cielo blu intenso, ma vi è raffigurato anche il sole…nero. Il pavimento della chiesa è formato da mattonelle bianche e nere alternate poste in modo del tutto strano per un pavimento di chiesa. Tutti i crocifissi della chiesa hanno inoltre la dicitura INRI (Iesus Nazarenus Rex Iudaeis, cioè Gesù Nazzareno Re dei Giudei) con la N rovesciata. Questo è tipico di molte raffigurazioni del Cristo, ma perché con la N rovesciata? Si potrebbe pensare ad un errore, ma non può essere, in quanto la lettera N era ben conosciuta e la sua scrittura altrettanto. Qui si innesta un discorso particolare: la N rovesciata era usata dai cosiddetti "cristiani gnostici" cioè cristiani che cercavano, con la loro ricerca, di svelare i misteri, e che avevano fatto una dottrina di questa ricerca, come ad esempio i Catari della Linguadoca, tacciati di eresia dalla Chiesa di Roma e quindi sterminati con una crociata cruenta e sanguinosa. Quando cadde la città di Albi, a poca distanza da Rennes-Le-Chateau e da Carcassonne, alla fine i Catari uccisi furono oltre diecimila, e quasi altrettanti finirono i loro giorni sotto le torture dell'Inquisizione. Tornando alla nostra N rovesciata, se letta diritta sta per NAZARETH rovesciata si deve leggere necessariamente HTERAZAN, che non è niente altri che una espressione antica ebraica, che sta a significare "CAMERA MISTERIOSA" ossia un chiaro riferimento al Sancta Sanctorum (come dice il Talmud ebraico) del Tempio di Salomone. E ora passiamo ad esaminare ancor meglio la chiesa e la sua struttura. Esiste un altro "pezzo forte" nella chiesa. Oltre alle statue dei santi, di Asmodeus e di Gesù con Giovanni Battista, del bassorilievo della Maddalena sotto l'altare, appena dopo l'entrata il pavimento non è uguale a quello che lo circonda, ma è posto in modo inverso, formando una vera e propria scacchiera di 64 caselle bianche e nere. Lo sguardo delle statue di Gesù e del diavolo Asmodeus guardano proprio questa scacchiera, come se dovessero giocare una partita. Negli appunti dell'abate Saunière troviamo scritto: "Quei due nella chiesa non fanno altro che giocare una partita senza fine, che però non è quella eterna fra il bene ed il male…". Una frase enigmatica riferita proprio alle statue suddette. Ma quale partita stanno giocando Gesù e il diavolo Asmodeus? Quella eterna del bene e del male? No, perché Saunière stesso ci dice che non è così. In tutta, e ripetiamo tutta la chiesa troviamo riferimenti ai templari, alle loro opere e soprattutto riferimenti alla cosiddetta "geometria sacra", quella geometria che i templari usarono per costruire le loro imponenti cattedrali gotiche. Ritornando alla geometria sacra, abbiamo pensato di provare questa sulla chiesa di Rennes-Le-Chateau. Abbiamo scoperto qualcosa di stupefacente. Abbiamo riportato qui il risultato di una parte dello studio (lungo e complesso) effettuato (vedi foto 18). Tirando le linee ed usando la geometria sacra, abbiamo scoperto che è possibile costruire la stella a sei punte, il sigillo di Salomone, trovando ad est un punto, che altri non è che l'ingresso di una cripta, della quale parleremo poi. Ma non solo. Effettuando ancora altro studio ed usando di nuovo la geometria sacra (vedi foto 19), si è rilevato che è possibile costruire un altro sigillo di Salomone, più grande del precedente, e che indica un altro punto, ben preciso ed importantissimo, di cui parleremo fra poco. Tornando ai festival delle stranezze e delle cose insolite, abbiamo lasciato il nostro Saunière alle prese con i lavori della chiesa: quando venne il momento della pavimentazione, proprio davanti all'altare, sollevando il pavimento, ci si accorse che quello che era stato tolto altro non era che una lastra tombale, che però era stata messa sul posto... rovesciata. Su questa pietra era raffigurato un cavaliere con lancia ed un'altra figura indistinta, posata in modo che questa scena potesse vedersi solo.. dal disotto (vedi foto 20). Questa lastra stava ad indicare l'ingresso di una cripta, quella dei Blanchefort. Rimuovendo inolre questa lastra, Saunière trovò sotto di essa uno strato di monete d'oro e d'argento, contenute in alcuni vasi di terracotta. Forse una parte del tesoro templare o di un tesoro visigoto, questo non lo sapremo probabilmente mai, visto che Saunière scrisse al suo vescovo, a tal proposito, che quello che aveva rinvenuto non era un tesoro, ma piccole medagliette con la Madonna di Lourdes, secondo il buon prete di nessun valore. Dopo poco tempo, Saunière iniziò il lavori nel piccolo cimitero annesso alla chiesa. E da qui cominciarono illazioni e manovre oscure. Prima di tutto, Saunière trovò che c'era una qualche attinenza fra le pergamene trovate nell'altare e la lastra tombale assieme alla lapide della marchesa di Blanchefort: entrambe furono distrutte da Saunière, che così cercò di far sparire ciò che era scolpito sulle due pietre della tomba: esso era sicuro della riuscita del suo tentativo, ma non poteva sapere che delle due pietre sacre erano stati fatti dei disegni dall'Istituto d'Arte di Carcassonne, quindi i suoi sforzi si rivelarono inutili. Inoltre Saunière, che intanto aveva assunto per la sua cura personale una perpetua, tale Marie Denarnaud, lavorava nel cimitero quasi soltanto di notte, scavando e distruggendo lapidi e lastre tombali. Questa cosa non mancò di suscitare proteste nella popolazione, che prima si rivolse al Prefetto, infine al Vescovo di Carcassonne, dal quale Saunière dipendeva. Questo ritardò i lavori nel cimitero, qualsiasi essi fossero: ma furono comunque terminati, con la sparizione completa della tomba della dama di Blanchefort. Ma cosa c'era scritto di tanto importante su queste pietre tombali? E perché Saunière le distrusse? Cerchiamo di capirlo. Osserviamo attentamente la lapide (vedi foto 21). Vi è scritto, in un modo assai impreciso, che "qui è sepolta la nobile Maria de Negre d'Arles dama d'Haupul di Blanchefort, di sessantasette anni, deceduta il 17 gennaio 1781, riposa in pace.". Vi sono alcuni errori sulla lapide, ma errori strani, anzi che avrebbero dovuto suscitare l'indignazione dei familiari della marchesa. Difatti, la parte in cui è scritto "DAME D'HAUPOUL" è errata, perché il marito era d'HAUTPUL, e l'espressione riportata sulla lapide era usata, in quei tempi, come contrazione di HAUTEPOULE, letteralmente "alta gallina", come venivano definite le prostitute di alto bordo. Ma quello che avrebbe dovuto scatenare le ire dei parenti della marchesa è scritto nelle ultime due righe, "REQUIES CATIN PACE". Ora, in francese la parola "catin" significa letteralmente, e ci si passi il termine, "puttana". E' pensabile ipotizzare un errore dello scalpellino, ma questa ipotesi cade quando sappiamo che l'abate Bigou era un fine latinista ed un uomo di grande cultura, che mai avrebbe permesso un errore simile, e se anche fosse avvenuto, sarebbe stato immediatamente corretto. Allora, è ipotizzabile che tale scrittura sia stata voluta. Ma perché? Cercheremo di spiegare anche questo. Secondo il metodo di decrittazione usato per la seconda pergamena, abbiamo visto quale enigmatica frase ne scaturisce; ebbene, la stessa frase in francese, è l'esatto anagramma della lapide della marchesa di cui abbiamo or ora parlato. Ora osserviamo la lastra tombale (vedi foto 22). Anche qui vi è qualcosa di estremamente strano: vi è la dicitura, mezza in latino e mezza in greco, che non vuol dire nulla: in pratica è scritto "ET IN ARCADIA EGO". Letteralmente significa "e in arcadia io", ma non vuol dire niente, perché manca in verbo: se ad esempio ci fosse stato il verbo essere, la frase corretta poteva essere formulata in questo modo: "ET IN ARCADIA EGO SUM", che vorrebbe dire "e io sono in Arcadia", che ha già un suo senso. Ma così non è, quindi vediamo la disposizione delle lettere: quello che colpisce è sulla parte destra, dove la prima è la lettera greca Alfa, e l'ultima è la lettera Omega: Alfa e Omega, inizio e fine, cioè quello che identifica Gesù Cristo, perché, come Lui disse, "io sono l'inizio e la fine". E le parole latine centrali: "REDDIS REGIS CELLIS ARCIS", che potrebbe significare "restituisci il regno ai sotterranei della fortezza", che anche qui sembra non avere significato. E anche qui il criptogramma PS…. Comunque noi siamo sicuri che le pietre tombali della marchesa nascondano ben altro, in quanto Saunière, se fosse stato solo questo, non si sarebbe affannato a cancellare e distruggere ogni cosa di queste lapide e lastra tombali. Ora, riallacciamoci al discorso della seconda pergamena dalla quale, dopo averla decifrata, ne scaturiva quella stranissima frase, che riportiamo: "PASTORELLA NESSUNA TENTAZIONE CHE POUSSIN TENIERS TENGONO LA CHIAVE PACE 681 PER LA CROCE E QUESTO CAVALLO DI DIO FINISCO QUESTO DEMONIO DI GUARDIANO A MEZZOGIORNO POMI BLU.". Occorre dire che Poussin e Teniers erano due pittori, di grande talento. Soprattutto il primo aveva dipinto due quadri, ambedue intitolati "I pastori di Arcadia", ed in questi quadri, soprattutto nel secondo, vi è raffigurata una pastorella. In tutti questi quadri, i pastori sono davanti ad una tomba, dove indicano con le dita dei punti precisi (vedi foto 23). Sta proprio qui la chiave del mistero: però occorre capire cosa è PACE 681 PER LA CROCE e tutto il resto. Qualcosa potrebbe stare sulla lapide della marchesa: difatti non è strano che le due ultime righe siano scritte in latino, ma quello che è strano è il fatto che l'ultima parola che dovrebbe essere scritta in latino PAX, è invece scritta come PACE; e due righe più sopra c'è scritto DCLXXXI, cioè 681, e la croce potrebbe essere quella della lapide, ultima in alto….. tutto è da considerare. Comunque, ripetiamo, la chiave del mistero è in questa indicazione, compresa quella dei pomi blu, che sono raffigurati sulle vetrate della chiesa, e che in un certo periodo dell'anno vengono proiettati dalla luce del sole. Fatto sta che, da questo punto, Saunière cominciò ad avere fra le mani soldi a profusione, una quantità incredibile per quei tempi, tanto che fece ultimare i lavori della chiesa in modo faraonico, fece costruire un serbatoio per l'acqua a beneficio di tutto il paese e, alla fine, fece costruire addirittura una strada moderna con manto asfaltato, una spesa folle per quei tempi e soprattutto per un prete di campagna. Convocato da suo vescovo, Saunière disse candidamente che tutti i soldi venivano dalle offerte per le Sante Messe, ma ovviamente non venne creduto. Cominciò anche a circondarsi di amici influenti, tra i quali la cantante Emma Calvè, che anzi qualcuno dice che divenne anche la sua amante; ma la sua opera più incredibile e faraonica fu quando commissionò la costruzione della sua biblioteca, che chiamò Villa Bethania, e che fece completare con una torre circolare che chiamò Torre di Magdala (vedi foto 24), sempre in onore di Maria Maddalena. La spesa della biblioteca e della torre si aggirò, in denaro odierno, intorno ai 3 miliardi di lire, una cifra per quei tempi che nemmeno la città di Carcassonne poteva permettersi di spendere a cuor leggero. Più volte convocato dal vescovo, Saunière rifiutò sempre di rivelare dove prendesse tutto quel denaro, tanto che fu sospeso "a divinis", per poi essere reintegrato poco prima della sua morte, che, guarda il caso, fu preceduta da un ictus cerebrale proprio il 17 gennaio, per poi morire il 21 dello stesso mese. Nel frattempo, Saunière aveva fatto intestare tutti i beni a Marie Denarnaud, proprio la sua perpetua, giacché essa, alla morte di lui, si trovasse ricca e benestante, cosa che avvenne puntualmente: ma anche lei non volle mai rivelare il segreto di cotanta ricchezza, e non volle mai vendere nulla, tranne che a un tale Noel Corbu, suo amico, al quale disse "Quando sarà il momento, vi rivelerò un segreto che vi farà così ricco da dover passare il resto dei vostri giorni a contare denaro". Ma non fece in tempo, in quanto una paralisi la rese muta e le provocò una demenza, che la portò alla morte, anche lei con il suo segreto. Corbu, che era divenuto proprietario, fece scavi ed altro, ma non trovò nulla. Ma anche lui, alla fine, morì in un tragico incidente stradale. Tutti e tre sono ora sepolti nel cimitero annesso alla chiesa, in terra consacrata (vedi foto 25), anche se Saunière, in punto di morte, si confessò con un altro prete, tale Rivière, che non gli diede però l'assoluzione. Ma allora, il segreto di Rennes-Le-Chateau in che cosa consiste? Si fanno ormai da anni una ridda di ipotesi, ma la più accreditata, anche perché suffragata da elementi obiettivi, è quella che nella tomba della dama di Blanchefort, sia invece stata sepolta nientemeno che Maria Maddalena. Proprio così, e tale ipotesi è supportata non solo dalle iscrizioni che sono sulle pietre tombali, che si richiamano ad una donna dai facili costumi, ma anche da ciò che si può ammirare nella straordinaria cattedrale di Chartres: in una delle vetrate policrome, risalente al 1200, si narra la storia di Maria Maddalena, ed in una scena è chiaramente raffigurato, oltre che scritto, il suo sbarco sulle coste francesi della Provenza, fino ad arrivare in Linguadoca, dove lei ha continuato a diffondere la parola di Cristo, come hanno fatto gli altri apostoli. Ma una domanda rimane: se nel sepolcro della dama di Blanchefort è sepolta Maria Maddalena, quale importanza può avere? E quale segreto possono nascondere solo povere ossa, se pure appartenute a colei che fu più vicina di tutti a Gesù? O piuttosto il segreto sta in qualcosa che è sepolto con lei, magari documenti di importanza eccezionale? Ricordiamo che, quando Saunière fu sospeso dal Vaticano, per parlare di questo problema proprio con Saunière intervenne sul posto il nunzio pontificio, che era nientemeno che Angelo Roncalli, poi divenuto Papa con il nome caro a tutti di Giovanni XXIII. Forse lui era a conoscenza di questo segreto? Qualcuno, che dice di essere bene informato, ha detto che il segreto è di tale portata che, se conosciuto, farebbe tremare la Chiesa di Roma dalle fondamenta, come in Francia, nel 1250, si disse che i Templari custodi di un segreto (probabilmente lo stesso) avrebbero messo a morte chiunque, compreso il re, se avesse visto o saputo il segreto in questione. Ora noi non sappiamo in cosa consista questo segreto, ma ci rendiamo conto che deve essere forzatamente qualcosa di grosso, troppo grosso, se addirittura la Chiesa non vuole parlarne e chi se ne interessa, se stimolato in tal senso, fa finta di non capire. Noi siamo stati a Rennes-Le-Chateau: possiamo dire che l'atmosfera è veramente strana, dappertutto, anche se il paese consta di poche anime. E' come se su tutto gravasse un peso, un mistero troppo pesante da portare, ma che occorre conservare a tutti i costi. Quando abbiamo tentato di parlare con la gente del luogo di questo, tutti si sono irrigiditi, altri non hanno risposto, altri ci hanno voltato le spalle e sono andati via, un comportamento certo non normale. Quello che possiamo dire è solo questo: i Templari erano custodi di un segreto che hanno trovato nelle viscere del Tempio di Salomone a Gerusalemme, un segreto così importante che nessuno, tranne gli Alti Ufficiali potevano saperlo, e che nessuno poteva vedere o toccare. Anche da qui, la storia dei Templari diviene leggenda e si ammanta di mistero: un arcano che noi, con caparbietà e con costanza tutta templare, cercheremo comunque di scoprire, sempre che il Padre Onnipotente ce ne dia forza e merito.

 

Sedi leggendarie



Sono molte le leggende che circondano la localizzazione della prima sede dei Templari sul Monte del Tempio, che era stato loro assegnato da re Baldovino II di Gerusalemme.I Templari vi operarono per circa 75 anni.

Il Monte del Tempio è sacro ad ebrei, cristiani e musulmani, e si crede si tratti del posto dove giacevano le rovine del Tempio di Salomone, oltre ad essere l'antico luogo di custodia dell'Arca dell'Alleanza. Libri pseudostorici come Il santo Graal (The Holy Blood and the Holy Grail, 1982) sostengono che i Templari avessero scoperto dei documenti nascosti tra le rovine del tempio, i quali "proverebbero" che Gesù fosse sopravvissuto alla crocifissione o che si fosse sposato con Maria Maddalena e ne avesse avuto dei figli. La supposizione che i Templari avessero trovato "qualcosa" sotto il monte del Tempio costituisce la base per molte delle speculazioni nate in seguito alla dissoluzione dell'ordine. Non esiste comunque alcuna prova concreta a supporto di questa teoria. È comunque documentato che i Templari avessero portato un frammento della Vera Croce in alcune battaglie,ma con ogni probabilità si trattava di un pezzo di legno la cui scoperta nel IV secolo è attribuita dalla tradizione a Elena, madre dell'imperatore Costantino.